Saviano, prelevati i rifiuti speciali dai tratti comunali dei Regi Lagni
Redazione


NOLA - Un blitz nella notte, un’attività di estorsione aggravata e continuata smantellata, un colpo inflitto ai clan operanti nell’area. I carabinieri della Compagnia di Nola, al comando del Capitano Andrea Massari, a conclusione di una serrata e meticolosa indagine - coordinata dal Comando Provinciale di Napoli dell’Arma e dalla Direzione Distrettuale Antimafia - hanno arrestato nove persone. Un’ordinanza di custodia cautelare, che è stata emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Nola, è stata, infatti, notificata ai trentasettenni Salvatore Menna e Pompeo Napolitano, al ventiquattrenne Francesco Tufano, al trentaquattrenne Mario Siniscalchi, al quarantunenne Nicola Pierro, al al quarantanovenne Salvatore Taglialatela, al quarantenne Maurizio Taglialatela, al trentenne Aniello Calafato, al cinquantacinquenne Salvatore Modello.
Sono tutti accusati, per all’appunto, di concorso in estorsione continuata ed aggravata, con riferimento a vari episodi ai danni di una stessa vittima, la cui collaborazione si è rivelata fondamentale per le indagini, che hanno permesso di ricostruire il ruolo di ogni singolo arrestato. In particolare due gli episodi che hanno destato l’interesse dei carabinieri e della magistratura, che hanno portato all’emissione del citato provvedimento.
I militari dell’Arma si sono, infatti, concentrati sulle reiterate richieste di “pizzo” (superiori a 5mila euro) formulate da Menna, Napolitano, Tufano, Siniscalchi e Pierro (per conto del clan Russo), che hanno indotto un esercente - destinatario anche di minacce di morte - a rinunciare alla sua cartolibreria. I carabinieri si sono, altresì, soffermati sulle pressioni esercitate sulla stessa vittima, dai due Taglialatela, da Napolitano, Calafato e Mondello, al fine di indurre l’uomo - che dopo la dismissione della cartolibreria aveva aperto una sala giochi - a versare loro delle quote periodiche ed ad acquistare videogiochi da una ditta imposta da loro. Le richieste di “pizzo” sarebbero state pianificate già nell’ottobre 2009, per essere avanzata da maggio 2010. Certe azioni sono considerate dagli inquirenti coincidenti con la fine della latitanza dei fratelli Pasquale, Salvatore e Carmine Russo, datate 31 ottobre e 1 novembre 2009 e con un indebolimento del clan Russo tra maggio e giusto di quest’anno, determinato da una perdita di un’immagine di solidità dei boss della zona, condannati a conclusione del processo Aliperta + 80.
Da quel momento in poi, per gli inquirenti gli affiliati, i fiancheggiatori e i gregari avrebbero iniziato a ricercare nuovi equilibri, peraltro costituendo la cosiddetta “Alleanza Nolana”. I soggetti arrestati la notte scorsa - aventi precedenti penali per reati di natura predatoria e contro il patrimonio si sono imposti, infondendo la convinzione che fossero i successori dei Russo, contrallandone il medesimo territorio. L’emersione di detta soggetti è il segnale di una contingente difficoltà di sradicamento dell’organizzazioni camorristiche solo attraverso la repressione. Un clan ha sempre all’intero personaggi che avanzano nella gerarchia all’arresto dei capi.
E’ accaduto anche a Nola e dintorni. Menna Salvatore, è uno dei soggetti più vicini alla famiglia di Pasquale Russo, con sentenza emessa dal Tribunale di Nola in data 31 maggio 2010 - nel processo Aliperti + 80 - è stato assolto dall’imputazione di partecipazione al sodalizio criminale. L’istruttoria aveva, tuttavia, dimostrato che l’uomo era una sorta di
“factotum” della famiglia di Pasquale Russo, pronto a prodigarsi ed assecondare qualsivoglia desiderio, richiesta o necessità palesata dai familiari del capoclan.
Le vicende sottese al suo arresto dimostrano come egli, durante le fasi il processo, si fosse prodigato anche per la prosecuzione delle attività estorsive pianificate dal clan. Tra i destinatari delle somme di denaro richieste all’imprenditore figura De Lucia Giacomo, già detenuto dall’11 maggio 2007 e condannato in data 31 maggio 2010 alla pena di 20 anni per associazione di stampo mafioso (clan Russo), per estorsione e per altro. Tufano Francesco, presentato alla vittima come “il parente dei Russo” all’ evidente scopo di incutere maggiore timore e di dare credibilità alla paternità della pretesa estorsiva è risultato essere realmente legato da vincoli di parentela con i capi del sodalizio Russo Pasquale e Russo Salvatore. Napolitano Pompeo, che è il regista delle due vicende estorsive, il punto di tramite tra la vittima e i referenti dei gruppi camorristici, era già noto per i suoi rapporti di frequentazione con Pierro Nicola e Tufano Francesco, nonché con altri soggetti ritenuti vicini al clan.
Taglialatela Salvatore, all’atto della esecuzione dell’ordinanza era già detenuto in carcere in quanto ritenuto responsabile di altra estorsione, per la quale aveva ricevuto un’altra ordinanza di custodia cautelare eseguita in data 31 maggio 2010 e confermata in sede di gravame. Le modalità di commissione della estorsione, già contestata a Taglialatela, sono sostanzialmente sovrapponibili a quelle con le quali si è snodata la condotta che ha portato al nuovo provvedimento di cattura. In entrambi i casi, Taglialatela Salvatore si è presentato, infatti, alle vittime come attuale referente camorristico del territorio e dimostrando, a tal punto, di volere sostituirsi ai Russo, formulava le imposizioni di pizzo, facendo riferimento - per l’ammontare - a quanto precedentemente versato dalle vittime. L’arresto di Taglialatela Salvatore, in data 31 maggio 2010, non ha impedito al suo gruppo di proseguire nelle estorsioni, essendosi sostituito a lui il fratello Taglialatela Maurizio.
Calafato Aniello è tra i soggetti condannati con la sentenza emessa dal Tribunale di Nola in data 31 maggio 2010 alla pena di anni 5 di reclusione, quale soggetto appartenente al gruppo di Tuccillo Gaetano, dedito al furto e alla ricettazione di autovetture. Il coinvolgimento nelle vicende estorsive riferibili al gruppo di Taglialatela e di Mondello Salvatore, già condannato per appartenenza all’organizzazione di stampo mafioso operante in Caivano e territori limitrofi, denominata clan La
Montagna, dimostra come le nuove forze mafiose intenzionate a sostituirsi al clan Russo nel controllo del territorio si siano aggregate intorno a soggetti provenienti anche da ambiti territoriali differenti. I provvedimenti giudiziari hanno, peraltro dimostrato come già in passato l’organizzazione capeggiata da Nino Alfonso e Pianese Pietro, il cui nome è stato espressamente speso dagli arrestati, avesse instaurato rapporti di “buon vicinato” con il clan La Montagna di Caivano.
L’attività investigativa - i cui risultati sono stati riferiti nell’annotazione di polizia giudiziaria dei carabinieri della Compagnia di Nola e denominata “Blackjack” - ha permesso di descrivere l’avvicendamento di differenti sodalizi camorristici, tra la cattura dei fratelli Russo (indiscussi capi dell’omonimo clan, resisi latitanti per oltre sedici anni e tratti in arresto, rispettivamente, dai carabinieri del Gruppo Castello di Cisterna in data 1 novembre 2009 e dalla Squadra Mobile della Questura di Napoli 31 ottobre 2009) e gli ultimi mesi. Le indagini sono l’esempio evidente del costante e incessante impegno assicurato dal personale dell’Arma nell’agro nolano, per porre un freno all’operato dei gruppi criminali di stampo mafioso che vi operano. La presenza della Benemerita è certamente uno dei fattori che ha contribuito a creato le condizioni affinché la vittima denunciasse quanto subito. Il Comune di Saviano, teatro degli eventi, è stato da decenni contraddistinto dalla presenza asfissiante di organizzazioni di stampo mafioso, che hanno agito anche in contrapposizione le une alle altre.
Come dimostrano i provvedimenti giudiziari, alla presenza costante del clan Russo (affermatosi già all’indomani dello sfaldamento della confederazione capeggiata da Carmine Alfieri) si è sovrapposta, in un lasso temporale ricompreso tra la fine del 2001 e l’estate del 2003, l’organizzazione di tipo mafioso capeggiata da Nino Alfonso e Pierino Pianese. Gli ultimi fatti forniscono la prova di come - all’indomani dell’arresto dei fratelli Russo e per effetto dell’indebolimento subito dalla loro organizzazione in ragione della cattura di due autentiche primule rosse che avevano fino a quel momento goduto di un’aurea di inafferrabilità – sul territorio di Saviano si siano affacciati nuovi soggetti, i quali hanno avanzato richieste di tipo estorsivo avvalendosi di modalità tipicamente mafiose e sfruttando la condizione di inesorabile soggezione alla quale sono da anni stati già costretti imprenditori e commercianti della zona. In particolare, gli indagati hanno sapientemente speso il nome di “Pianese” quale referente delle attività estorsive per le quali si procede.
Al di là dell’effettivo coinvolgimento di Pianese Pietro, detto Pierino, nella commissione dei fatti in esame (ed in merito al quale in realtà non vi è prova), va osservato che il semplice utilizzo del suo nome è modalità intimidatoria idonea a incutere nelle vittime la condizione di paura e di accondiscendenza. Le prove raccolte a carico degli aderenti al gruppo di Taglialatela Salvatore certificano che si tratta di soggetti dediti per lo più alla commissione di minore allarme sociale. All’indomani dell’arresto dei fratelli Pasquale e Salvatore Russo, essi hanno, tuttavia, immediatamente dismesso i panni di ladri di autovetture per appuntarsi i gradi di camorristi di zona, presentandosi alle vittime come coloro che avevano “preso il posto dei Russo”. Sebbene gli arrestati appartenenti al gruppo di Taglialatela Salvatore presentino un profilo, una storia e un carisma camorristico decisamente di minore rilievo rispetto agli emissari del clan Russo, a cui pure pretendevano di sostituirsi nel controllo del territorio e nella conduzione delle attività illecite, si deve osservare come proprio la radicata presenza nella zona delle organizzazioni criminali di tipo mafioso ha finito con il fiaccare la capacità di resistenza delle vittime, determinando in loro uno stato di soggezione derivante dalla rassegnata consapevolezza di dovere fare sempre e comunque i conti con gruppi camorristici, secondo una forma di soggezione di tipo ambientale.
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