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SEBASTIANO PERRONE
15-07-2008 ore 00:27 Stampa Articolo
Sebastiano Perrone

LA FESTA E… LE FESTE

LA FESTA E… LE FESTE Più volte mi è capitato in questi giorni, girando con gli amici del Comitato Festa dei santi Patroni Sebastiano, Vito e Rocco, di fermarmi a discutere con tanti nostri amici e concittadini. Prendendo spunto da ciò vorrei proporre degli spunti di riflessioni, partendo da alcune considerazioni di carattere personale, che prescindono il pensiero del Comitato, del Parroco e della parrocchia, ma partono dalla mia personale e soggettiva sensibilità, sperando di non ingenerare sterili ed inutili polemiche.

Molto spesso, ci viene mossa come Comitato Festa qualche critica, perché le luminarie ad esempio si fermano in una precisa zona dei due corsi Umberto e Vittorio Emanuale/via Giannone, e fuori casa di questo o quel contribuente non viene messo un segno di festa… Perché le zone periferiche (Casaferro, Miuli, Lausdomini, Faibano, ecc) si sentono abbandonate, e non si organizza rionalmente mai niente.

Ci viene detto: ma perché noi apparteniamo a Marigliano? e secondo molte di queste persone la festa viene fatta solo al centro e per il centro, identificato con Marigliano, quasi che le periferie non appartengano più alla Città, ma una realtà a sé e per sé, per cui chi vi abita è di Miuli, di Casaferro, di Faibano e non di Marigliano, e solo anagraficamente appartenente ad essa. In altri casi ancora veniamo confusi con l'amministrazione comunale, ed il motivo delle lamentazioni è più o meno lo stesso: non viene fatto niente per le periferie, abbandonate a se stesse.

Non parliamo, poi, di altri tipi di critiche che potrebbero riguardare l'organizzazione stessa delle serate: dei fuochi, o delle diverse bande, dei cantanti scelti, o di questo o quell'artista che avremmo dovuto contattare e non l'abbiamo fatto.

Tutte critiche che in qualche modo potrebbero essere giuste se prescindessimo dalla realtà. In linea di principio, anche a me piacerebbe fare una grande festa, riempiendo di luci tutto il territorio mariglianese, una settimana di festa itinerante in tutte le periferie, per poi concludere con la serata finale al centro di Marigliano, come da tradizione.

Anche se mi piacerebbe non potrei mai aspirare ad essere il presidente del Napoli (la mia squadra del cuore) con il mio semplice stipendio, come non potremmo mai fare questo tipo di festa che abbondantemente costerebbe dieci-venti volte tanto quello che incassiamo da Aprile a Settembre che si aggira sui 50.000-60.000 €, di cui solo la metà derivante dalla cosiddetta Questua (il giro casa-casa), un 20% di pubblicità e la restante parte dalla vendita dei biglietti, introdotti lo scorso anno per aumentare gli introiti.

Diceva Totò è la somma che fa il totale, e volendo farci un po' di conti in tasca, considerando che Marigliano conta più di 30.000 abitanti, la media offerte si aggira su uno, due euro procapite. Un po' pochini per pretendere un arco fuori casa, che mediamente costa dai 300 ai 500 € a seconda della campata che nel corso principale supera i 10 m, o se si opta per i cosiddetti mezzi-pali, cioè metà arcate disposte in maniera alternata, come lo scorso anno nel Centro-Storico. Ad ogni buon conto, giusto per dare un'idea di spesa, per le luminarie dello scorso anno si spende un po' meno di un terzo dell'intero introito (50.000-60.000 €).

Le luminarie ricordo non sono la festa, ma possono rappresentare la tavola imbandita, esteticamente bella, ma poi ci devi mettere qualcosa a tavola, altrimenti che cosa dai da mangiare ai commensali? Con il badget che abbiamo non potremmo mai chiamare per la serata conclusiva un cantante come D'Alessio (dagli 80.000 in su) o Tiziano Ferro, e nemmeno la Tatangelo o Irene Grandi (dai 35.000 in su). Non fate sogni proibiti, immaginando Ramazzotti o Renato Zero, al massimo possiamo pensare ad un cantante di medio livello il cui costo parta da un minimo di 20.000 € a salire. E solo tra Cantante e luminarie abbiamo già speso il 70% di tutto quello che con tanta fatica e sudore abbiamo incassato, tra lamentazioni, critiche e kilometri di strada percorsi.

Ci rimane da coprire la due serate, la processione della domenica, la Banda in una terza serata (che è tradizione e non puoi non chiamare, perché a Marigliano ci sono i cultori della musica bandistica. Guai a non farlo, ci prenderemmo critiche inaudite), ed infine i fuochi pirotecnici, che come la Banda non possono mancare, perché anch'essi hanno il loro pubblico di riferimento.

Nel fare il giro per la questua, quando ci viene posta la questione delle luminarie ad esempio, e ci offrono pochi euro con tanta polemica di fondo, senza essere irreverente e poco rispettoso delle persone e delle loro offerte, essendo abituato a guardare sempre il lato comico delle cose, mi viene in mente la famosa scena (potete rivederla all'indirizzo http://www.antoniodecurtis.org/miseria.htm) tra Felice Sciosciammocca (Totò) e Pasquale il fotografo (Enzo Turco) in miseria e nobiltà, quando Pasquale consegna il cappotto a Felice da dare in pegno al pizzicagnolo o casantruognolo, e fa una lista esagerata di cose da chiedere in cambio, con minuzia di particolari, suscitando in Felice (Totò) quella famosa domanda: "oh Pasquà… dimmi una cosa… ma qui dentro c'è il Paltò di Napoleone?".

Al di là delle battute e delle considerazioni che potremmo fare sulle diverse condizioni economiche e culturali di Pasquale e Felice dal popolo mariglianese, o i paragoni tra varie comunità come quella dei paesi limitrofi ( Nola, Brusciano, Scisciano, Saviano, ecc.) e la nostra, quello che per me è allarmante e da non sottovalutare è la mancanza di coesione sociale che c'è tra gli abitanti di Marigliano. Ciò è evidenziato in diversi modi: sia nella scarsa contribuzione (in quanto in molti casi è vista la festa in modo marginale ed in alcuni casi come inutile o poco sentita), che in molti rimandano ad un altro momento per mancanza di "spiccioli", o alla moglie o al marito che si occupa di queste cose, sia in quelle frasi che sentiamo quando andiamo in periferia a chiedere di contribuire alla realizzazione della festa: "ma perché noi apparteniamo a Marigliano?" oppure "che c'azzeccamm nuie cu marigliane? Che venite fino a ccà a chiedere 'o contribute?".

Riporta alcune considerazioni fatte da un autore di un articolo ritrovato su internet circa il valore antropologico della festa: La festa oltre ad un valore simbolico, religioso è una componente essenziale della vita dell'uomo; rivela un popolo e la sua cultura. È per sua natura un fatto sociale, in quanto riguarda l'intero gruppo umano al quale si appartiene e tocca in qualche modo le strutture portanti in base alle quali si identifica quel gruppo (villaggio, tribù, popolo, nazione, appartenenza religiosa...), mettendo in gioco gli schemi di pensiero, i moduli comportamentali e i valori comuni al gruppo stesso, o facendo comunque riferimento ad essi. La festa è quindi un'esperienza comunitaria e risponde al desiderio di riunirsi, che è naturale nell'uomo. La festa rappresenta un'alternativa alla vita quotidiana ed esprime addirittura una qualche rottura con essa. E' il giorno in cui l'uomo si libera dalla logica del profitto per entrare nel mondo profondo e vitale del gratuito. Festa non come giorno libero, ma come giorno liberato.

Indiscutibilmente, oggi, anche se non mancano le feste (vedi le diverse sagre o le varie feste rionali), c'è una crisi della festa, intesa nel suo ampio e complesso valore antropologico. La stessa comunità, l'identità di una comunità, è il frutto di una rete di relazioni, date anche da tempi comuni che consentono di condividere un'esperienza. Può esistere una comunità senza uno spazio temporale in comune? Ogni festa nasce dalla concomitanza di due fattori: un evento importante da vivere e il bisogno di ritrovarsi per celebrarlo gioiosamente insieme.

Ciò che si è intaccato è il vissuto collettivo proprio della festa e, con esso, si va indebolendo anche la coscienza di appartenere ad una comunità. Ecco perché, i Vescovi italiani in un documento del 1984, "Il giorno del Signore" affermano che "è necessario tornare a "far festa". E "festa" è letizia, volontà di stare insieme, gioia di parlarsi e di prolungare l'incontro, è convivialità, è condivisione, è riposo, è anche sano divertimento"

Consentitemi una piccola nota polemica a chiusura. Non ho mai sentito alcuno ringraziare per l'impegno profuso alla realizzazione della festa gli amici del comitato, dei quali con i miei 42 anni sono uno dei più giovani, e che nonostante l'età girano giornaliermente da Aprile a Settembre su tutto il territorio, con tanto entusiasmo, tanta determinazione e voglia di fare, che non si arrendono alla delusione e frustrazione di aver ricevuto pochi spiccioli da un intero condominio, o di non vedersi aperta la porta da chi si nasconde in casa per non rispondere al citofono, o al campanello; che spesso vengono umiliati ed offesi da chi in maniera semplicistica, demagogica e generalizzatrice, dall'alto di un gesto comodo ed immediato come quello di prendere qualche spicciolo dalla tasca - nella migliore delle ipotesi - si sente in diritto di giudicare e criticare chi rinuncia al proprio tempo, alla propria famiglia per mettersi al servizio disinteressato della comunità.

Nessuno li obbliga è vero, ma un minimo di gratitudine non guasterebbe, darebbe slancio e voglia di fare a chi già fa, come pure un po' di generosità in più del popolo, e disponibilità di qualcuno, che anziché criticare farebbe bene a dire: "rinuncio a qualche ora per me o per la mia famiglia e vi do una mano, perché come voi desidero una festa più bella e degna di una cittadina di 30.000 abitanti, come Marigliano".

Sono stanco di sentire parlare le persone che vivono di un passato glorioso di Marigliano, quando Marigliano era un paese di riferimento per le città limitrofe, sia per la festa che per tante altre cose, persone capaci solo di critica ed incapaci di sbracciarsi le maniche e di lavorare disinteressatamente per il bene di tutti. Se abbiamo perso tante cose (i cinema, il Calcio ed il Basket, la grande festa di cui tutti parlano che attiva persone da tutte le parti, il corso che era centro di aggregazione per tutti i giovani della zona), è solo colpa nostra che abbiamo perso il gusto di essere comunità per diventare tanti individui che vivono insieme in una città dormitorio (senza volto e senza identità, apatica e supponente, snobbista, piena di sé e chiacchierona), che hanno accentuato la loro appartenenza particolare, alla cortina, al rione, alla frazione, al gruppo elitario di riferimento, perdendo l'identità collettiva, di cui la festa patronale cittadina era ed è - per quel che rimane - espressione.

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