 Il dopo rivolta. Il giudizio della stampa e l'intervento del governo
Strettamente legata alla fase degli arresti è il risvolto politico che allora, si volle dare ai fatti. Per comprendere l'atteggiamento delle autorità è utile chiarire a questo punto quale era la realtà italiana nel lontano '59, anno della rivolta di Marigliano.
Erano gli anni in cui, nel rapido succedersi di varie formazioni governative, emergeva chiaramente la instabilità politica derivante dal diminuito consenso elettorale della coalizione centrista. Si prospettava, perciò, la necessità di una svolta e c'era chi già ipotizzava una nuova maggioranza di centro-sinistra imperniata sull'alleanza tra cattolici e socialisti.
Tale ipotesi di svolta della politica italiana ('58-'62) fece si che, in quegli anni, le forze della destra conservatrice reazionaria facessero avvertire ancora di più la loro presenza a livello governativo appoggiando alcuni governi, in particolare quelli diretti da Zola e Tambroni, provocando in tal modo l'inasprirsi dello scontro sociale e il conseguente utilizzo di un più vasto impiego della polizia per reprimere scioperi e manifestazioni e, attraverso la stampa, alimentando l'anticomunismo viscerale, opponendosi così in tutti i modi alla ipotizzata svolta a sinistra. Infatti, le preannunciate riforme, dalla nazionalizzazione delle industrie elettriche alle misure per migliorare gli standard di vita nelle zone rurali in favore della proprietà contadina, ecc., avrebbero significato, per le destre conservatrici, un'altra minaccia alle loro posizioni di privilegio.
In Italia, dunque, nonostante la mutata situazione internazionale e l'inizio della politica di distensione, l'antico- munismo era notevole e veniva alimentato in tutti i modi possibili.
La caccia alle streghe o "maccartismo" era un fenomeno non solo d'oltre oceano, ma anche italiano. Nel '59 in Italia quest'anticomunismo viscerale era esasperato ancora di più in provincia. A Marigliano per esempio, dove la politica era fortemente dominata dalle forze clerico-moderate, le forze di sinistra erano estremamente esigue. Tra i tesserati del PCI, infatti, i giovani studenti erano pochissimi e guardati sempre con un po' di sospetto.
Tratteggiata, sia pure in modo schematico, la realtà politica di allora e lo stato d'animo della gente, si capisce come le autorità locali, in linea con le direttive del governo, si diedero subito da fare a montare politicamente i fatti sul fertile terreno dell'anticomunismo.
I comunisti vennero considerati i responsabili principali mentre i veri motivi della rivolta (le precarie condizioni economiche dei contadini, l'attrezzatura agricola, il prezzo delle patate inferiore alle 6 lire, ecc.) passarono in secondo piano. S'erano avuti incidenti con danni notevoli (una decina di feriti tra la forza pubblica e molti contusi tra la folla; pressochè distrutti incartamenti ed i locali delle imposte dirette, dell'esattoria comunale e dell'ufficio del dazio) e la spiegazione è una sola: che i "compagni" avessero organizzato, fomentato e guidato i contadini.
Questa convinzione delle autorità, non solo di Marigliano, fra cui prima di tutti il Sindaco Basile, fu subito appoggiata e gonfiata dalla maggior parte della stampa di allora. Gli articoli comparsi sui giornali del martedì mattina, anche lodando la laboriosità dei contadini di Marigliano e descrivendo la situazione critica in cui versavano, non legarono mai questa ai fatti, evitando così volutamente di cogliere il legame esistente fra causa ed effetto. A caratteri cubitali furono esaltati gli atti "eroici" della polizia, le cui virtù avevano evitato una vera e propria strage. Allo stesso modo furono condannate le gesta dei contadini e precise accuse furono mosse al PCI, definito come il responsabile principale degli incidenti per aver organizzato la rivolta e fatto confluire a Marigliano quelli che poi furono definiti gli agit-prop, agitatori di professione, per aizzare e guidare al momento opportuno la massa.
A tale proposito ecco quanto scrisse "Il Mattino": «Conta la gravità dell'episodio e soprattutto la preparazione, l'attuazione del deplorevole assalto, perché una preparazione deve esserci indubbiamente stata. Tanto precisi gli obiettivi da colpire e decise le vandaliche gesta di alcuni gruppetti, fortunatamente ben identificati. Gruppetti che nulla, proprio nulla, avevano in comune con quanti intendevano far sentire soltanto il loro malcontento. Non si spiegherebbe altrimenti come e perché le varie squadre di guastatori abbiano agito contro precisi obiettivi e sicuramente in base ad un ben studiato piano strategico, che teneva, come si usa nei golpe militari, a isolare innanzi tutto la cittadinanza tagliando ogni via di comunicazione. Una squadra contro i telefoni ed il telegrafo, un'altra contro la jeep e col ponte radio della polizia, un'altra destinata a bloccare il traffico stradale e ferroviario. A tutto si era pensato in precedenza, perfino il microtelefono della stazione ferroviaria, e tutto ciò senza parlare dell'ingente numero dei traffici agricoli spuntati improvvisamente tra la massa tumultuante. Le numerose latte di benzina passate al momento propizio, senza contare qualche rivoltella che non ha esitato a far fuoco contro i carabinieri e come spiegare che tutti o quasi i 95 fermati appartengono allo stesso partito. Una ben strana coincidenza che le indagini in corso non mancheranno di chiarire e condannare con la conseguente imparzialità e obiettività chi li dirige».
A testimonianza di come la cosiddetta stampa indipendente e, ovviamente, quella della destra, allora fosse parziale o addirittura portatrice di mala informazione, è utile riportare un altro articolo dello stesso giorno comparso sul "Roma", l'allora quotidiano della destra laurina napoletana. Si riporta integralmente proprio perché non vi è stato nessun testimone diretto dei fatti che abbia confermato quanto pubblicato. «Nel frattempo -si legge nell'articolo- i rivoltosi avevano appuntato la loro attenzione sull'edificio scolastico. I più facinorosi, infatti, stavano tentando di convincere i dimostranti ad appiccare il fuoco alla scuola nella quale erano ben 100 ragazzi delle scuole elementari. Da immaginarsi le conseguenze dell'incredibile ed inqualificabile atto. Fortunatamente il dott. Luigi Napolitano, vice sindaco del paese che abita in un appartamento prospiciente alla Piazza, resosi conto della gravità della situazione, coraggiosamente e incurante del rischio al quale si esponeva, usciva da casa svincolandosi quasi alla stretta dei suoi familiari e si portava innanzi agli scioperanti. Qui egli affrontava decisamente i caporioni e invitava la folla a desistere dal suo crudele proposito. Gli agit-prop partivano al contrattacco, ma le loro parole non avevano più peso; la gente era riuscita a percepire l'enormità di quello che stava per compiere. I caporioni sconfitti invitavano allora i loro seguaci ad aggredire il vice sindaco. Mentre la folla si stringeva intorno al professionista esposto ed indifeso, si sentivano gli squilli dei rinforzi che sopraggiungevano da Napoli. E' bastato questo a disperdere i dimostranti, privi di capi datisi immediatamente alla fuga, solo una cinquantina di contadini armati di bastoni, forconi, falchetti, badili, è rimasta a fronteggiare la situazione. Naturalmente in pochi minuti sono stati ammanettati.»
Qui, come accertato dalle testimonianze dirette e dagli stessi atti del processo, ci troviamo di fronte ad un vero e proprio falso del giornale della destra laurina. Di certo non si verificarono, né furono lontanamente ipotizzate, minacce di qualsiasi natura contro la scuola. La rabbia dei contadini si estrinsecò, certamente con atti inconsulti, contro i "palazzi" del potere e, nello specifico, contro le sedi ritenute dalle masse contadine centri di vessazione: esattoria (piano terra del palazzo comunale) e dazio (Corso Vittorio Emanuele). Il personale addetto alla scuola media allocata nella contigua ex casa del fascio, già allo scoppiare dei primi tumulti, provvide all'uscita degli scolari anche perché i genitori, nel frattempo, erano accorsi presso la scuola.
Tutto, dunque, secondo la stampa e le autorità era stato previsto e ben organizzato. Le testimonianze di coloro che quaranta anni fa parteciparono ai fatti, come vedremo, affermano proprio l'inverso. Comunque gli arresti di quel lunedì e dei giorni successivi, quella caccia all'uomo specifica, come prima si è detto, si trasformò in una caccia ai comunisti e per un motivo o per un altro, con questo o quel pretesto, in poco tempo l'intera direzione del PCI di Marigliano fu trasferita a Poggioreale.
Tra questi numerosi operai, che nulla avevano avuto a che fare con la manifestazione contadina. Il più eclatante fu senza dubbio l'arresto, avvenuto nel pomeriggio, del segretario della Sezione del PCI, Giovanni Stellato, ferroviere, in servizio quel giorno a Torre Annunziata dalle 7 del mattino fino alle 16 del pomeriggio. Venne trasferito immediatamente nelle carceri di Poggioreale insieme al figlio (uno dei pochi studenti iscritti al PCI), anche lui arrestato mentre chiedeva spiegazioni al capitano Tamburrino circa l'arresto del padre eseguito al rientro dal lavoro. Un altro studente comunista, Emilio Spera, laureando in medicina, venne addirittura arrestato e trasferito a Poggioreale nel mese di luglio.
La montatura politica veniva denunciata dalle colonne del quotidiano comunista “L’Unità” dell’11 giugno: «Per quanto riguarda i lavoratori ingiustamente detenuti -si leggeva in un servizio da Marigliano- si osserva che oggi scadono i termini del fermo. Siamo certi che quando saranno resi noti gli elementi raccolti e quelli processuali la montatura anticomunista cadrà a vergogna di quegli ambienti clericali che l’hanno ostinatamente voluta e verranno fuori non solo i nomi dei responsabili dei gravi episodi di Marigliano, ma anche quelli di coloro che con la loro politica di inganni e frode ai danni dei contadini hanno provocato la situazione in cui è stato possibile il verificarsi dei drammatici episodi».
La montatura politica della vicenda, infatti, risultò chiara già dopo qualche settimana con la scarcerazione del segretario della sezione comunista e, definitivamente, al processo, quando l'intera direzione del partito venne completamente dichiarata estranea ai fatti. In galera, a pagare i danni, restarono contadini (circa una trentina, tutti di Marigliano e di diverse tendenze politiche). I più poveri, non avendo la possibilità economica di pagare un valente avvocato, furono ritenuti colpevoli dei danni prodotti dagli incidenti scoppiati la mattina dell'8 giugno.
Il PCI, accusato ingiustamente, come vedremo meglio in seguito, di aver organizzato la rivolta, durante la fase del processo, preparò direttamente la difesa dei suoi iscritti. I migliori avvocati di sinistra (Umberto Terracini presiedeva il collegio di difesa, del quale facevano parte Mario Palermo, Giuseppe D'Alessandro, Giovanni Bisogni, Luigi Iossa e tanti altri...) si prestarono allora gratis per difendere i contadini della rivolta di Marigliano. Gli iscritti al PCI e i contadini che ne avevano accolto la difesa (per la verità pochi a causa del timore e la solita diffidenza verso i comunisti) furono i primi ad essere prosciolti e solo in caso di accertata responsabilità, alcuni di loro restarono in galera insieme agli altri.
In tal senso niente fu fatto dagli altri partiti, i cui avvocati, anzi, non mancarono di farsi pagare profumatamente. Ognuno si difese come meglio potè e, come spesso capita, i più disgraziati ne fecero le spese. Vi furono condanne fino a tre anni di reclusione con la condizionale e al pagamento di tutti i danni. Uno di questi contadini (arrestato mentre tornava dalla campagna, con il pretesto di dover testimoniare sui fatti e condotto a sua insaputa direttamente a Poggioreale) bollato come delatore, non mancò di lamentarsi per l'abbandono in cui era stato lasciato.
Conclusi gli arresti nessuna autorità, da quelle comunali a quelle sindacali, si interessò più dei contadini e delle loro condizioni. Vi furono varie interrogazioni parlamentari per risolvere la situazione delle patate, nulla fu fatto per coloro che stavano in carcere ad aspettare solo il giorno del processo. «Eppure sarebbe bastato - mi precisò il contadino - che il Comune si sarebbe addossato le spese dei danni, in fin dei conti eravamo tutti di Marigliano, o che l'intera faccenda fosse stata presentata come sciopero e non come rivolta, che i giudici si sarebbero comportati diversamente».
Ma una tale soluzione, alla fine degli anni '50 e in una fase dove l'anticomunismo viscerale era ancora forte, era impensabile: c'erano stati degli incidenti che avevano causato danni gravi e qualcuno doveva pur pagare. Bisognava intimorire le masse ed evitare che fatti del genere si ripetessero. A pagare furono comunque i più deboli, meno capaci.
Abbiamo detto prima (sono testimonianze di partecipanti a confermarlo) che la rivolta non fu un fatto organizzato, tanto meno dal PCI. Fu piuttosto la risposta spontanea anche se violenta, dei contadini ad una determinata situazione: le patate a 6 lire che non trovarono acquirenti, le cambiali da pagare, il corteo non organizzato, il mancato intervento del sindaco Basile, il vile atto del brigadiere Petrucci, ecc..
I motivi per cui non si può parlare della rivolta come di un fatto organizzato e predeterminato ci sono stati chiariti da un esponente dell’allora PCI di Marigliano che fu ritenuto uno dei principali organizzatori. «In primo luogo, si era nel '59, in una realtà molto diversa da quella attuale per cui era impossibile pensare che i contadini partecipassero a quello che poi in realtà fecero. Era già difficile fare abbandonare il lavoro dei campi per partecipare ad una manifestazione, ad uno sciopero, figuriamoci poi ad una rivolta. Una delle deficienza degli agricoltori, soprattutto dei contadini di Marigliano, abituati a lavorare in proprio, era la mancanza di coscienza di classe che impediva una valida organizzazione politico-sindacale di sinistra e, quindi, il dispiegarsi di battaglie democratiche. Perciò quanto successe quel lunedì stupì e trovò impreparati anche noi dirigenti del PCI. In un secondo momento, fu proprio questa mancanza totale di coscienza di classe, questo avere accettato per tanti anni soprusi e ingiustizie, a far pensare che al di là dei fatti ci fosse una mente organizzatrice che avesse guidato dall'esterno la rivolta.
Ma come ho detto, in realtà fu proprio l'inverso. In secondo luogo, se noi avessimo organizzato ed incitato i contadini, come all'inizio si pensò montando tutto politicamente, di sicuro, dati i tempi, non saremmo stati i primi ad essere rilasciati. Dai giorni degli arresti al giorno del processo passarono circa tre mesi e se colpe ci fossero state, di sicuro sarebbero venute a galla, con conseguenze prevedibili. Se il Partito, infine, avesse avuto una così grossa influenza sui contadini, se avessimo avuto la possibilità di sottrarli all'organizzazione agricola maggioritaria, la Coltivatori Diretti del democristiano Bonomi, avremmo certamente insegnato ai contadini non di incendiare il Comune ma di conquistarlo, come allora si faceva non solo in Emilia ma anche nei comuni agricoli della Puglia. Certo nelle sere precedenti anche nella sede del PCI, come in tutte le altre dove si riunivano i contadini, si discusse, si cercò come poter risolvere il problema delle patate, magari interessando le autorità competenti.
Si cercò di spiegare ai contadini il perché del calo del prezzo e come fosse errata la politica agraria del governo in quegli anni, inquadrando Marigliano nella situazione generale dell'agricoltura meridionale. Si cercava, ancora, di far conoscere ai contadini l'esatta situazione delle cose e sensibilizzare le categorie, cosa del resto che il PCI ha sempre fatto. Il Partito invogliò anche i suoi iscritti quel lunedì ad abbandonare il lavoro in campagna e a partecipare alla manifestazione a Marigliano, da qui a preparare e guidare gli incidenti è troppo».
Uno dei trenta contadini, condannato a due anni di carcere e a pagare i danni provocati dagli incidenti in quanto accusato di aver capovolto e incendiato la jeep delle polizia, ha detto: «Ciò che successe l'otto giugno del '59 non fu un fatto preparato. Fra noi contadini che saremmo dovuti essere i rivoltosi, sarebbe senz'altro circolata la voce, si parlò allora di sciopero, di una manifestazione a Marigliano per far conoscere alle autorità la nostra situazione, ma niente di più. L'avessimo saputo, di sicuro a Piazza Municipio non saremmo arrivati con le mani in mano, ma armati con falci, forconi, mazze, zappe, oppure con qualche fucile. La stampa allora parlò di un ingente numero di traffici agricoli spuntati tra la folla tumultuante e di numerose latte di benzina passate al momento propizio, niente di più falso: questo materiale era lì a portata di mano. Non bisogna dimenticare che era giorno di mercato. Bastò che uno solo avesse il coraggio di iniziare a lanciare qualcosa e tutti dietro. La benzina poi fu estratta dagli automezzi del mercato e da un pullman di passaggio che venne bloccato. La stampa parlò anche di gruppetti di vandali organizzati e di precisi obiettivi da colpire. Quei gruppetti organizzati che furono definiti "agit-prop", fatti arrivare da chissà dove, in realtà erano contadini della zona, poco conosciuti a Marigliano. Non bisogna dimenticare che quel lunedì Marigliano fu polo d'attrazione di tutta la categoria, dovendo partire da qui la delegazione per Napoli. Erano perciò agricoltori delle zone limitrofe che parteciparono insieme con noi alla sommossa con pari violenza, solo che dopo fu difficile identificarli, proprio perché non erano di Marigliano. Da qui l'accusa di agitatori fatti venire da fuori. Per quanto riguarda i precisi obiettivi da colpire anche ciò è falso. L'esattoria, l'ufficio del dazio, l'ufficio postale, il comune, la caserma dei carabinieri, erano a portata di mano e simboleggiavano da sempre tasse da pagare, ingiustizie e abbandono dei contadini e coscientemente a tutti fu chiaro che questi erano gli obiettivi da colpire insieme al telefono per isolare Marigliano. A nulla s'era pensato in precedenza, ma tutti sentirono di sfogarsi in quel modo".
Che certa stampa gonfiasse i fatti, anche in modo ridicolo, fu chiaro quando nei giorni successivi si lesse sul "Roma" del presunto atto eroico del vice sindaco. Nessun testimone ha confessato quel gesto. «Tantopiù - ha detto un contadino - nell'edificio scolastico attiguo a Piazza Municipio vi erano i nostri figli, figuriamoci se avevamo intenzione di darlo alle fiamme, sarebbe stato da pazzi».
Tutti quindi tra i partecipanti sono d'accordo nell'affermare che la rivolta di Marigliano dell'8 giugno '59 non fu organizzata, fu una rivolta spontanea dovuta a fattori contingenti. L'argomento a Marigliano, a cinquanta anni di distanza, è ancora ricordato e qualcuno è convinto della non estraneità del Partito Comunista solo che i fatti parlano da soli e le testimonianze, dovunque raccolte, affermano che la rivolta fu opera dei contadini.
Ad essere convinti della responsabilità del PCI sono soprattutto certi personaggi di Marigliano che, oggi come allora, appartengono alla stessa tendenza politica, e che nulla o poco avevano ed hanno in comune con gli interessi dei contadini. Nel '59 questo modo di interpretare i fatti aveva come massimo rappresentante il Sindaco Basile. Persona onesta e religiosissima ma di scarsa levatura politica. Aveva una terribile paura dei comunisti e quel lunedì sarebbe bastata la sua presenza per evitare gli incidenti. Invece, timoroso come sempre, davanti a fatti del genere si tirò indietro, provocando l'esasperazione dei contadini.
Definita l'interpretazione politica che le forze più retrive diedero alla rivolta, passiamo ad analizzare brevemente le conseguenze che sul piano economico-sociale essa ebbe e i provvedimenti adottati dal Governo per rendere possibile ai contadini la vendita delle patate. I contadini sapevano benissimo che non era partecipando alla sommossa che avrebbero risolto i loro problemi. Si sperava comunque, che, dopo l'atto di forza le autorità competenti si sarebbero interessate alla questione. L'intero settore della zona, soprattutto quell'anno, era in crisi ed urgevano al più presto interventi dall'alto: acquisto delle patate ad un prezzo non inferiore alle venti lire e agevolazioni nel pagamento delle cambiali. L'Onorevole Stefano Riccio, politico di Marigliano, presentò alcuni giorni dopo due interrogazioni al Parlamento: la prima sui provvedimenti che il Ministro dell'agricoltura e quello del commercio intendevano adottare sul piano immediato per superare la crisi delle patate nella zona; la seconda sulle misure che il Governo avrebbe preso in merito ai fatti di Marigliano.
Entrambe le due interrogazioni restarono "lettera morta" e le soluzioni furono irrisorie.
Intanto in quei giorni (lunedì, martedì, mercoledì) il dissidio che esisteva fra le due maggiori organizzazioni sindacali che difendevano gli interessi della categoria aumentò. Da una parte la Federterra che non mancò nell'occasione ancora una volta di accusare i Bonomiani, federazione di coltivatori diretti, di aver appoggiato l'errata politica clerico-moderata del governo. Per il giorno successivo quest'associazione autonoma dei contadini proclamò un altro sciopero "...per ottenere provvedimenti radicali contro la crisi; interventi particolari per invigorire il mercato delle patate e affinchè fossero rilasciati i contadini della rivolta di Marigliano". A questo sciopero non parteciparono quelli della Coltivatori Diretti che appunto rappresentavano l'altra parte, quella maggioritaria, della categoria. Per quanto riguarda quest'altra organizzazione "Il Mattino" scriveva: «Nella tarda mattinata di ieri, i coltivatori diretti di Marigliano si sono riuniti in assemblea e dopo aver ampiamente discusso sugli avvenimenti verificatisi nella cittadina, hanno votato un ordine del giorno in cui è ribadito che forse forze estranee alla categoria hanno determinato gli eccessi registratisi e viene riconosciuto che da parte delle autorità si è curato ogni interessamento atto a lenire la gravità della situazione. Con lo stesso ordine del giorno, l'assemblea ha deliberato di scindere ogni responsabilità per quanto di deplorevole è accaduto e di far cessare immediatamente lo sciopero invitando tutti i coltivatori a riprendere normalmente il proprio lavoro. La federazione provinciale è stata infine invitata a continuare nell'azione intrapresa».
Gli iscritti alla Coltivatori Diretti furono dunque invitati a non partecipare allo sciopero, a rimanere in fiduciosa attesa di quelli che sarebbero stati i provvedimenti del governo a riguardo. Quali furono questi provvedimenti?
Il lunedì mattina durante la manifestazione di Napoli il Prefetto Spasiano, dopo aver ascoltato le istanze dell'Onorevole Ferrara e dell'Onorevole Gomez D'Ajala, appoggiò la richiesta al Governo di provvedimenti d'emergenza. Al Ministro dell'agricoltura, degli Interni e quello del Commercio fu richiesto l'acquisto di duecentomila quintali di patate ad un prezzo non inferiore alle quindici lire, che il Governo avrebbe potuto destinare agli enti assistenziali. In realtà l'unico provvedimento del Governo fu lo stanziamento di cento milioni per acquistare, tramite consorzi agrari, parte del prodotto. Anche se il prezzo fu fissato a diciotto lire, la sfiducia dei contadini fu notevole: solo cinquantamila quintali di patate potevano essere infatti ritirati. Una quantità decisamente inferiore a quella che i contadini possedevano. Ma le complicazioni e la lentezza dell'iter burocratico per mettere a punto la delibera e permettere ai consorzi di procedere all'acquisto, fecero si che nei giorni seguenti la "rivolta", gran parte del prodotto colpito dal morbo, marcisse. Ai contadini fu imposto di effettuare lo scarto e la quantità di patate vendibili fu talmente poca che, con lo stanziamento del Governo, i consorzi riuscirono a ritirare il resto del prodotto di cui i contadini erano rimasti in possesso.
Terminava così un'annata iniziata male: le entrate a stento pareggiavano le uscite e, ancora una volta, i debiti potevano essere pagati solo con molti sacrifici.
Il '59 è quindi, per molti versi, un anno indimenticabile per i mariglianesi: i danni non furono solo economici, ma anche psico-sociali. Aspetto quest'ultimo che nessuno ha mai preso in considerazione. Il rastrellamento della polizia subito dopo la rivolta e nei giorni seguenti nel paese e nelle campagne per arrestare i colpevoli, la vita del carcere, la paura nei contadini che avevano o no partecipato agli incidenti, intimorì molto gli agricoltori di Marigliano. Portati da sempre, come si è detto all'inizio, ad avversare ogni forma di cooperazione, a sfuggire le firme, le carte, le istituzioni in genere; l'esperienza di quei giorni accentuò maggiormente il loro spirito di sfiducia, la loro estraneità all'associazionismo e alla cooperazione e soprattutto la loro sfiducia negli organi dello Stato.
«Indipendentemente da fattori strutturali (prevalenza della piccola proprietà) uno dei motivi per cui questa nostra cooperativa non riesce ad ingrandirsi -a detta di uno dei soci di una cooperativa agricola sorta a Marigliano 20 anni dopo- è lo spettro sempre presente della rivolta del '59 che produce ancora i suoi effetti. Basta chiedere una firma, la partecipazione ad una manifestazione a Napoli, appoggiare questa o quell'iniziativa, per cui sospetti e paura prendono molti di loro».
Tale condizionamento psicologico negativo è stato verificato anche da me durante le inchieste; solo pochi hanno accettato di discutere ed esprimere il loro parere sui fatti del '59 senza prima accertarsi del perché delle mie domande e del mio interessamento in merito.
CONCLUSIONE
Come in ogni lavoro anche in questo alla fine è utile trarre delle conclusioni.
A cinquanta anni di distanza, a Marigliano, discutendo sugli incidenti avvenuti l'8 giugno del 1959, indipendentemente dal velo di leggenda che avvolge l'intera vicenda, su un punto ancora non tutti i mariglianesi sono d'accordo: la spontaneità della rivolta. Alla fine di questo lavoro, il primo che ricostruisce i fatti, si può concludere che la rivolta contadina di Marigliano non fu sommossa organizzata; tanto più dal Partito Comunista Italiano. Al di là del giudizio di una parte della stampa e del parere delle autorità di allora, tutti gli intervistati che nel '59 parteciparono alla rivolta o assistettero agli incidenti, sono concordi nel definire spontanea la rivolta di Marigliano. Le cause stesse, analizzate durante lo scritto, chiariscono i motivi che furono all'origine della "rivolta". Essa scaturì dalle condizioni di estrema precarietà dei contadini della zona.
Né oggi, a quanto ci è dato costatare a cinquanta anni di distanza, tali condizioni sono di tanto migliorate. I fatti del '59, come tanti altri, non sono riusciti ad eliminare quei fattori che impedivano lo sviluppo agricolo della zona. Permane, accanto alle limitate superfici delle aziende, una struttura di mercato dominata da figure parassitarie. Nella mutata condizione economica e sociale, caratterizzata da una drastica riduzione delle superfici coltivate, rimane completamente assente qualsiasi tipo di programmazione agricola. Mancano gli interventi a sostegno di una necessaria trasformazione delle produzioni e gli incentivi per un rammodernamento delle residue aziende addette.
L'irrompere delle tecnologie moderna, in particolare quelle relative alle nuove produzioni richieste sul vasto mercato regionale ed interregionale e quelle necessarie per una conduzione manageriale dell'azienda all'altezza dei tempi, non coinvolge affatto la nostra residua agricoltura. Un settore, questo, che in Campania, ed anche nella nostra pianura, potrebbe offrire un notevole contributo allo sviluppo e all'occupazione, nonché ad una seria e valida politica a difesa dell'ambiente.
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