GIUGLIANO – Un incendio, un giovane arrestato, fiamme che divorano rifiuti e aria irrespirabile. A prima vista, l’ennesimo episodio di cronaca. Ma fermarsi qui significa perdere ciò che davvero questo fatto racconta. Quel gesto bruciare rifiuti, anche tossici non nasce nel vuoto. Nasce in un contesto fragile, dove l’assenza di servizi, il degrado e l’isolamento trasformano l’illegalità in una pratica quotidiana, quasi inevitabile. È qui che la criminologia ci invita a guardare più a fondo: non solo all’atto, ma all’ambiente che lo rende possibile.
In luoghi segnati da marginalità sociale, si sviluppano quelli che gli studiosi definiscono “contesti criminogenici”: spazi in cui la devianza non è un’eccezione, ma una risposta adattiva a condizioni di vita difficili. E così anche il rischio – per la salute, per l’ambiente, per la legge – finisce per essere percepito come lontano, quasi irrilevante. Le fiamme, allora, non sono solo un reato ambientale.
Sono il segnale visibile di una frattura più profonda: quella tra territori dimenticati e istituzioni, tra bisogni reali e assenza di risposte. L’intervento delle forze dell’ordine è necessario, ma non può essere l’unica risposta. Perché spegnere un incendio non basta se non si interviene sulle cause che continuano ad alimentarlo. Forse è proprio questo che episodi come questo ci chiedono: andare oltre la superficie, oltre la cronaca, e avere il coraggio di chiederci non solo cosa è successo, ma perché continua a succedere.
Avvocato e criminologa Rita Tulelli


