MARIGLIANO – A volte le band cambiano per necessità. Altre volte, invece, cambiano perché restare uguali significherebbe smettere di essere sinceri. I muràl si trovano esattamente dentro questo secondo scenario. “Sai Che C’è” non è soltanto il singolo che segna il loro passaggio definitivo all’italiano, ma il momento in cui il gruppo decide di togliersi di dosso le protezioni accumulate negli anni e iniziare a raccontarsi in modo più diretto.Dentro questo nuovo capitolo c’è di tutto: cambi di formazione, il rischio concreto di fermarsi, nuove connessioni umane e una vulnerabilità che la band, per la prima volta, sceglie di non nascondere più.
Negli ultimi anni i muràl sono cambiati tanto. Oggi, rispetto agli inizi, cosa sentite di aver capito davvero su di voi come band?
“Abbiamo capito che fare musica per noi è qualcosa di viscerale e fondamentale, che prescinde dai cambiamenti linguistici o dai cambi di formazione”, raccontano Michele e Diego, oggi unico nucleo rimasto della line-up originale.Ed è interessante perché, nelle loro parole, non c’è nostalgia sterile per ciò che era la band agli inizi. C’è piuttosto una consapevolezza nuova: la musica, prima ancora di essere un lavoro o un progetto artistico, resta un modo per condividere pezzi di vita. “La cosa che conta davvero è fare musica per condividere momenti autentici e collezionare ricordi”. Una frase semplice, ma che spiega probabilmente meglio di qualsiasi altra cosa il motivo per cui i muràl siano ancora qui.
Con l’ingresso di Salvatore Avino, Ruben Consales e Giuseppe Pio Monda si è aperta una nuova fase del progetto. Com’è stato ritrovare un equilibrio umano e musicale?
La band non nasconde quanto sia stato difficile il periodo successivo all’uscita di Lorenzo, Francesco e Saverio. “Ci siamo sentiti profondamente spaesati”, spiegano. “È stato tutto molto veloce e abbiamo davvero pensato di non continuare”. Poi, però, qualcosa cambia. E non riguarda soltanto la musica. “Il nostro intento iniziale era ritrovare quello che per noi è sempre stato il pilastro fondante dei muràl: suonare con amici”. L’arrivo di Ruben, Salvatore e Giuseppe ricostruisce prima di tutto un equilibrio umano. La nuova formazione nasce da una connessione spontanea, quasi istintiva. «Il feeling è arrivato in pochissimo tempo», raccontano. “Nonostante tutto, è stato come non esserci mai davvero fermati”. Ed è forse questa la parte più bella della loro rinascita: non l’aver salvato il progetto, ma aver ritrovato il motivo per cui avevano iniziato.
Quando avete scritto “Sai Che C’è”, avete capito subito che rappresentava una nuova era?
La risposta arriva senza esitazioni. Sì. “Appena abbiamo concluso la scrittura del pezzo abbiamo avuto una folgorazione”. Perché “Sai Che C’è”, pur mantenendo intatta l’identità sonora dei muràl, apriva una porta completamente nuova sul piano emotivo. Il passaggio dall’inglese all’italiano, infatti, non è stato soltanto linguistico. È stato un cambio di esposizione.
Dopo anni di scrittura in inglese, come vi siete sentiti ascoltando per la prima volta un vostro pezzo completamente in italiano?
“Molto più esposti”, ammettono. Cantare nella propria lingua madre significa rinunciare a una certa distanza emotiva. Significa accettare di essere compresi fino in fondo. “Ci ha trasmesso una sensazione inevitabile di straniamento”, spiegano. “Ma allo stesso tempo ci ha dato una percezione di maggiore realtà e verità in quello che stavamo dicendo”. Ed è qui che emerge la parte più interessante di questo nuovo percorso: i muràl non stanno cercando di sembrare più autentici. Stanno semplicemente smettendo di nascondersi. “La sensazione di autenticità ha superato di gran lunga la paura di scoprirsi”.
Nel brano raccontate una relazione che si scontra con fragilità e incomprensioni. Oggi si ha più paura di amare o di farsi amare?
La band sposta immediatamente il discorso su qualcosa di molto più ampio. “Più che paura di amare, oggi c’è una profonda difficoltà nel farsi amare”. Per i Muràl viviamo in una società dominata dalla performance continua, dall’idea di dover apparire sempre perfetti, all’altezza, impeccabili. E questo, inevitabilmente, si riflette anche nei rapporti umani. “Abbiamo costruito aspettative di noi stessi che non hanno nulla a che fare con la realtà”. La frase più forte, però, arriva subito dopo. “Se non accetti i tuoi vuoti, diventa impossibile permettere all’altro di accoglierli”. Ed è probabilmente il cuore emotivo non solo di “Sai Che C’è”, ma dell’intera nuova fase della band.
Vi aspettavate una reazione così positiva dal pubblico?
No. Ed è qualcosa che li ha sorpresi davvero. “Non ci aspettavamo un calore così immediato”, confessano. Soprattutto considerando quanto radicale fosse il cambiamento rispetto al passato. La chiave, però, è stata il live. Negli ultimi mesi i muràl hanno portato tantissimo dal vivo i nuovi brani, permettendo alle persone di entrare gradualmente dentro questo nuovo universo sonoro prima ancora dell’uscita ufficiale del singolo. “Il pubblico ha avuto il tempo di metabolizzare la transizione”. E forse è anche per questo che “Sai Che C’è” non suona come una svolta costruita a tavolino. Sembra piuttosto il momento in cui una band decide finalmente di mostrarsi senza filtri.
Se doveste descrivere “Sai Che C’è” con un’immagine cinematografica?
La risposta è sorprendente: “The Father”. La band cita il film per il suo nucleo emotivo: un amore enorme che, nonostante tutto, si scontra con qualcosa di più grande e impossibile da controllare. “È quella dolorosa consapevolezza di doversi arrendere anche quando il sentimento c’è ancora”. Ed è forse qui che i muràl trovano la loro forma più adulta: nella capacità di raccontare le fragilità senza trasformarle in posa, ma lasciandole semplicemente esistere.






