MARIGLIANELLA / MARIGLIANO — Una scena attesa per tre decenni: questa mattina sono iniziati i lavori di abbattimento dell’ex Agrimonda, il simbolo più doloroso dell’inquinamento industriale nel territorio. Dopo 31 anni di attese, promesse, rinvii e rabbia, lo scheletro di cemento contaminato che ha segnato la vita di due comunità sta finalmente venendo giù.
Un momento storico, ma che non ha il sapore della festa. Lo sottolinea con forza Ciro Tufano, presidente del Comitato Ambiente e Territorioche da oltre trent’anni lotta per la bonifica del sito.
Tufano non usa mezzi termini. La sua è una denuncia che arriva da una ferita ancora aperta: «31 anni a respirare polveri, a vedere falde avvelenate, a convivere con un mostro di cemento pieno di veleni. 31 anni di promesse, di “ci stiamo lavorando”, di selfie sul sito. Oggi finalmente buttano giù lo scheletro. Spenderanno 9 milioni per bonificare ciò che doveva essere fatto nel 1995, subito dopo l’incendio.»
Parole che raccontano la frustrazione di un territorio che ha pagato un prezzo altissimo: paura costante ogni volta che il vento sollevava polveri sospette, preoccupazione per le falde contaminate e malattie e sofferenze che nessun intervento potrà cancellare. Tufano lo dice chiaramente: «Chi ci ridà la salute di chi si è ammalato? Chi paga per l’inerzia di chi doveva vigilare? Noi cittadini non festeggiamo. Prendiamo atto, con rabbia. Perché 31 anni non sono iter burocratici: sono vite avvelenate».
Un cantiere che segna la fine di un incubo, ma non della memoria. L’avvio della bonifica — finanziata con 9 milioni di euro — rappresenta un passaggio decisivo per restituire sicurezza ambientale all’area al confine tra Marigliano e Mariglianella. Ma per chi ha vissuto accanto a quel “mostro di cemento”, l’abbattimento non cancella il dolore né le responsabilità politiche e istituzionali accumulate in tre decenni. Oggi si apre una nuova fase, ma resta una domanda che pesa come una sentenza: perché ci sono voluti 31 anni?





