NAPOLI – Ogni notizia di cronaca che riguarda un arresto per detenzione e presunto spaccio di sostanze stupefacenti rappresenta un frammento di una realtà molto più complessa. Secondo quanto emerso dalla ricostruzione investigativa, un uomo di 42 anni è stato arrestato nel quartiere di Scampia perché trovato in possesso di 54 dosi di eroina, già confezionate e presumibilmente destinate alla vendita al dettaglio. Si tratta di un episodio che, sul piano giudiziario, seguirà il suo iter nel pieno rispetto del principio costituzionale della presunzione di innocenza. Sul piano criminologico, invece, costituisce un’occasione preziosa per riflettere sulle dinamiche che alimentano il mercato delle sostanze stupefacenti e sulle condizioni che ne favoriscono la persistenza.
L’errore più frequente consiste nel concentrare l’attenzione esclusivamente sul singolo arresto. La criminologia insegna che il reato non può essere interpretato come un evento isolato, ma come il risultato dell’interazione tra individuo, ambiente, opportunità criminali e contesto sociale. Ogni episodio di spaccio è l’espressione di una filiera illecita ben più articolata, capace di adattarsi rapidamente ai mutamenti del territorio e alle strategie di contrasto adottate dalle forze dell’ordine.
Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è concentrato soprattutto sulla diffusione della cocaina e del crack, sostanze che hanno modificato profondamente il panorama del consumo di droga. Tuttavia, l’eroina continua a occupare uno spazio significativo nei mercati illeciti, soprattutto in contesti caratterizzati da elevata vulnerabilità socioeconomica.
L’espressione “eroina dei poveri”, frequentemente utilizzata nel linguaggio giornalistico, non deve essere interpretata in senso semplicistico. Non si riferisce esclusivamente al prezzo della sostanza, ma al contesto sociale in cui il suo consumo tende a radicarsi. Le ricerche criminologiche e sociologiche evidenziano come l’eroina trovi maggiore diffusione laddove convivono povertà economica, esclusione sociale, disagio psichico, disoccupazione cronica, fragilità familiari e ridotte opportunità di inclusione.
In tali contesti la sostanza assume una duplice funzione: da un lato alimenta un mercato criminale altamente redditizio, dall’altro rappresenta spesso un mezzo di fuga da condizioni esistenziali caratterizzate da sofferenza e precarietà. Comprendere questa dimensione non significa giustificare il consumo o lo spaccio, ma riconoscere che la dipendenza patologica è un fenomeno multidimensionale, nel quale convergono fattori biologici, psicologici, sociali e ambientali.
Dal punto di vista criminologico, il presunto spacciatore arrestato rappresenta soltanto il livello terminale di una struttura criminale molto più articolata. Il traffico di sostanze stupefacenti segue una logica organizzativa simile a quella di una filiera economica: produzione, importazione, distribuzione, stoccaggio e vendita al dettaglio.
Lo spacciatore di strada è colui che espone il rischio maggiore di arresto, ma spesso dispone del minore potere decisionale. È facilmente sostituibile e, in molti casi, opera sotto il controllo diretto o indiretto di organizzazioni criminali che mantengono il controllo del territorio e della distribuzione.
Questa configurazione riflette un principio noto nella criminologia delle organizzazioni criminali: la frammentazione del rischio. I livelli apicali dell’organizzazione riducono la propria esposizione delegando le attività più pericolose agli anelli inferiori della catena, rendendo il sistema resiliente anche dopo numerose operazioni di polizia.L’arresto di uno spacciatore costituisce quindi un importante risultato investigativo, ma raramente determina, da solo, un indebolimento strutturale del mercato illecito.
Quando si parla di Scampia è necessario evitare semplificazioni. Per molti anni il quartiere è stato identificato quasi esclusivamente con la presenza della criminalità organizzata e delle storiche piazze di spaccio. Una narrazione parziale che rischia di oscurare la complessità di un territorio abitato da migliaia di cittadini che quotidianamente contribuiscono alla vita sociale, culturale ed economica del quartiere.
La criminologia ambientale invita a leggere il contesto urbano non come una causa diretta del crimine, ma come un insieme di condizioni che possono facilitare oppure ostacolare determinati comportamenti devianti.Dove si concentrano degrado urbano, carenza di servizi, dispersione scolastica, disoccupazione e fragilità economiche, aumentano le opportunità di reclutamento da parte delle organizzazioni criminali. Ciò non implica che tali condizioni producano automaticamente criminalità, ma che possano creare un terreno favorevole alla sua diffusione.
Il territorio, quindi, non è criminale. Può diventare criminogeno quando fattori strutturali e dinamiche sociali favoriscono l’insediamento di economie illegali.L’episodio può essere interpretato attraverso diverse prospettive teoriche. La teoria delle attività routinarie, elaborata da Lawrence Cohen e Marcus Felson, sostiene che il reato si verifica quando convergono tre elementi: un autore motivato, un obiettivo disponibile e l’assenza di un controllo efficace. Le piazze di spaccio rappresentano un esempio paradigmatico di questa convergenza, dove domanda, offerta e opportunità si incontrano quotidianamente.
La teoria della disorganizzazione sociale evidenzia invece come quartieri caratterizzati da elevata mobilità residenziale, povertà e debolezza dei legami comunitari possano incontrare maggiori difficoltà nel mantenere forme di controllo sociale informale. Non si tratta di una relazione deterministica, ma di una maggiore esposizione a fenomeni devianti.
La teoria delle opportunità criminali sottolinea che i comportamenti illeciti prosperano laddove esistono concrete occasioni di profitto e una percezione limitata del rischio. Nel mercato della droga il rapporto tra domanda stabile e disponibilità economica genera un sistema estremamente redditizio.
Infine, la teoria dell’apprendimento sociale, proposta da Ronald Akers, spiega come i comportamenti criminali possano essere appresi attraverso l’osservazione, l’interazione con gruppi di riferimento e il rinforzo positivo derivante dai benefici economici o dal riconoscimento all’interno del gruppo. Nessuna di queste teorie, singolarmente, è sufficiente a spiegare il fenomeno. Insieme, tuttavia, consentono una lettura più completa delle dinamiche che alimentano il traffico di sostanze.
Quando si parla di traffico di droga, l’attenzione mediatica si concentra spesso sugli arresti e sui sequestri. Più raramente si riflette sulle molteplici vittime indirette del fenomeno.Le persone affette da dipendenza rappresentano il primo anello di questa catena. La dipendenza compromette progressivamente la salute fisica e mentale, le relazioni familiari, la stabilità lavorativa e l’autonomia personale. Accanto a loro vi sono le famiglie, spesso coinvolte in percorsi di sofferenza prolungata, e le comunità locali, che subiscono gli effetti del degrado urbano, dell’insicurezza percepita e della progressiva normalizzazione dell’illegalità.
Anche gli stessi spacciatori di basso livello possono essere considerati soggetti vulnerabili. Numerosi studi mostrano come molti di essi provengano da percorsi di esclusione sociale, con bassi livelli di istruzione, precedenti esperienze di marginalità e limitate opportunità occupazionali. Questo dato non attenua la responsabilità individuale, ma evidenzia la necessità di affrontare il problema anche attraverso politiche di inclusione.
Le operazioni condotte dalle forze dell’ordine costituiscono uno strumento indispensabile per il contrasto alle attività criminali. L’individuazione e il sequestro di sostanze destinate allo spaccio interrompono temporaneamente la distribuzione, riducono la disponibilità immediata della droga e rafforzano la presenza dello Stato sul territorio.
Tuttavia, l’esperienza criminologica internazionale mostra come la sola repressione difficilmente riesca a modificare in modo stabile un mercato caratterizzato da una domanda costante e da elevati margini di profitto. La capacità delle organizzazioni criminali di sostituire rapidamente gli spacciatori arrestati dimostra la notevole resilienza di questi sistemi.
Per questo motivo il contrasto al narcotraffico richiede una strategia integrata che combini investigazione patrimoniale, cooperazione internazionale, prevenzione sociale, riduzione della domanda, interventi terapeutici e programmi di reinserimento.La sicurezza non coincide esclusivamente con l’aumento delle attività repressive. Una comunità diventa realmente più sicura quando riduce le condizioni che alimentano il reclutamento criminale.Scuola, servizi sociali, politiche per il lavoro, sostegno alle famiglie, riqualificazione urbana e servizi per le dipendenze costituiscono strumenti di prevenzione primaria che agiscono sulle cause profonde del fenomeno.
Parallelamente, programmi di recupero rivolti alle persone con dipendenza e percorsi di reinserimento lavorativo per chi esce dal circuito penale rappresentano strumenti fondamentali per ridurre la recidiva e interrompere il ciclo della devianza.La criminologia contemporanea considera infatti la prevenzione non come un’alternativa alla repressione, ma come il suo naturale complemento.Ogni arresto per spaccio rappresenta un fatto rilevante sotto il profilo della tutela della legalità e della sicurezza pubblica. Tuttavia, limitarsi alla cronaca significa osservare soltanto la superficie del fenomeno.
Dietro quelle 54 dosi di eroina sequestrate emerge una rete complessa di dinamiche economiche, sociali e criminali che coinvolge organizzazioni strutturate, consumatori, territori fragili e istituzioni chiamate a intervenire su più livelli.La criminologia invita a superare una visione esclusivamente repressiva del problema, proponendo un approccio integrato che tenga insieme controllo del territorio, efficacia investigativa, prevenzione sociale, politiche di inclusione e interventi sanitari. Solo attraverso una lettura multidisciplinare è possibile comprendere davvero il traffico di sostanze stupefacenti e costruire strategie capaci di incidere non soltanto sugli effetti, ma anche sulle cause profonde del fenomeno.
La sfida non è semplicemente arrestare chi spaccia, ma ridurre le condizioni che rendono possibile la continua rigenerazione del mercato della droga. È in questo equilibrio tra repressione, prevenzione e inclusione che si misura la capacità di una società di contrastare efficacemente la criminalità e di promuovere una sicurezza fondata non solo sul controllo, ma anche sulla coesione sociale.
Avvocato e criminologa Rita Tulelli


