MARIGLIANO – C’è un momento, alla fine di ogni Estate Ragazzi, in cui ci si accorge che non si sta salutando semplicemente un’attività estiva. Si sta chiudendo un pezzo di vita. Un tempo che ha saputo rallentare il ritmo frenetico delle giornate e restituire valore alle cose che, troppo spesso, diamo per scontate.
Ieri sera si è conclusa la 29ª edizione dell’Estate Ragazzi, organizzata dalla Cooperativa Irene ’95 e dalla Parrocchia San Marcellino di Lausdomini, un cammino iniziato settimane fa e costruito giorno dopo giorno con la pazienza di chi educa e con l’entusiasmo di chi sceglie di mettersi al servizio degli altri. Sono state settimane intense. Settimane in cui ogni laboratorio è stato molto più di un’attività.
La pittura ha insegnato che ogni colore può raccontare una storia. Il bricolage ha trasformato materiali semplici in piccoli capolavori, ricordando che anche ciò che sembra insignificante può acquistare valore se affidato alle mani giuste. Emozioniamoci ha dato voce a sentimenti che spesso i ragazzi faticano a raccontare. Il laboratorio di giornalismo li ha invitati a osservare il mondo con occhi curiosi e spirito critico, scoprendo che raccontare una storia significa, prima di tutto, imparare ad ascoltarla.
Ci sono stati i giochi, le risate, la preparazione dello spettacolo finale, la Marcia per la Pace, la Festa della Comunità Multietnica, la gara dei gessetti, la Notte dei Desideri, la Biciclettata, le giornate in piscina, le escursioni. Ogni esperienza ha aggiunto un tassello a qualcosa di molto più grande di un programma estivo. Ha costruito relazioni. Ed è forse questa la parola che meglio racconta ciò che è accaduto.
Perché mentre il mondo insegna ai ragazzi a correre, a competere, a misurare il proprio valore con risultati e numeri, qui hanno imparato qualcosa di diverso: che si può essere forti anche scegliendo la gentilezza. Che il tempo speso per ascoltare qualcuno non è mai tempo perso. Che nessun telefono potrà mai sostituire un abbraccio sincero o una mano tesa nel momento giusto.
L’Estate Ragazzi non ha semplicemente riempito delle giornate. Ha riempito dei cuori. E ieri sera, osservando i volti dei bambini, degli adolescenti, degli animatori, dei genitori e degli organizzatori, è stato impossibile non pensare al tema che ha accompagnato questa edizione: “L’Isola che non c’è”.
Per settimane ci siamo chiesti dove fosse. La immaginavamo lontana, nascosta, difficile da raggiungere. Poi è bastato guardarsi intorno. Era lì. Era nell’abbraccio tra due ragazzi che qualche settimana fa erano perfetti sconosciuti. Era nella gratitudine degli animatori, nella gioia di chi ha donato il proprio tempo senza chiedere nulla in cambio, nella comunità riunita attorno agli stessi valori.
L’Isola che non c’è non era un luogo. Era un modo di stare insieme. E forse la lezione più grande che questa Estate Ragazzi lascia a tutti noi è proprio questa. In un tempo che ci educa alla fretta, ieri sera nessuno è arrivato correndo. Ci siamo arrivati con l’amicizia. Con il cuore. Con il coraggio, l’ottimismo, la speranza di credere che educare sia ancora il gesto più rivoluzionario che esista.
Una rivoluzione silenziosa che non alza muri e non impugna armi. Una rivoluzione che sceglie i colori al posto dell’odio, il dialogo al posto dell’indifferenza, la gratuità al posto dell’interesse, la speranza al posto della paura. Forse il mondo ha bisogno proprio di questo. Di meno rumore e più presenza. Di meno competizione e più comunità. Di adulti capaci di accompagnare e di ragazzi liberi di sognare.
Perché se è vero che l’Isola che non c’è è un luogo che molti credono irraggiungibile, ieri sera abbiamo scoperto che quell’isola esiste davvero. E ogni volta che una comunità sceglie di educare con amore, di camminare insieme e di colorare il futuro invece di ferirlo, quell’isola torna ad affiorare. Per una sera l’abbiamo abitata tutti. La sfida, da oggi, è non dimenticare la strada per tornarci.













