L'analisi

Arnesi da scasso nella notte: tra prevenzione, opportunità criminale e sicurezza del territorio

Caserma Carabinieri Marigliano
- Foto d'Archivio

MARIGLIANO – Un controllo effettuato durante la notte porta alla luce una situazione che merita una riflessione non soltanto sul piano giudiziario, ma anche sotto il profilo criminologico: un uomo di 36 anni viene trovato in possesso di arnesi potenzialmente utilizzabili per lo scasso e, al termine degli accertamenti, viene denunciato.

Al di là delle responsabilità che dovranno essere eventualmente accertate nelle sedi competenti, episodi di questo genere consentono di affrontare una questione più ampia: come nasce un possibile comportamento predatorio e quale ruolo può avere la prevenzione nel momento in cui esistono condizioni favorevoli alla commissione di un reato?

L’orario notturno può assumere, in determinate circostanze, una particolare rilevanza criminologica. Le strade meno frequentate, la riduzione della sorveglianza informale e la minore presenza di potenziali testimoni possono infatti creare condizioni favorevoli per alcuni reati contro il patrimonio.

Naturalmente, essere presenti in strada durante la notte non rappresenta di per sé un comportamento criminale. È la combinazione di diversi fattori a rendere una situazione meritevole di attenzione: il luogo, l’orario, il comportamento della persona, gli strumenti eventualmente posseduti e la presenza di obiettivi potenzialmente vulnerabili.

La criminologia moderna tende proprio a concentrarsi sull’interazione tra individuo e ambiente, evitando spiegazioni semplicistiche fondate esclusivamente sulle caratteristiche personali.

Il possesso di arnesi compatibili con lo scasso rappresenta un elemento che, in determinate circostanze, può essere interpretato come possibile indicatore di preparazione.

I reati predatori, infatti, possono essere preceduti da una fase nella quale vengono valutate le opportunità, individuati eventuali obiettivi e predisposti gli strumenti necessari.

È però fondamentale non compiere un salto logico: possedere uno strumento potenzialmente utilizzabile per commettere un reato non dimostra automaticamente che quel reato si intendesse commettere.

Per comprendere il reale significato della situazione sarebbero necessari ulteriori elementi: il luogo del controllo, le modalità con cui la persona si comportava, la tipologia degli strumenti, l’eventuale presenza di segni di effrazione e ogni altro elemento acquisito dagli investigatori.

La distinzione tra ciò che è stato effettivamente osservato e ciò che può essere ipotizzato è fondamentale per qualsiasi seria analisi criminologica.

Un’interessante chiave interpretativa è offerta dalla Routine Activity Theory, elaborata dai criminologi Lawrence Cohen e Marcus Felson.

Secondo questa teoria, la possibilità che si verifichi un reato aumenta quando vengono a convergere tre elementi: un potenziale autore motivato, un obiettivo adeguato e l’assenza di un efficace “guardiano”.

Applicando questo modello al caso in esame, il controllo delle forze dell’ordine assume un’importanza particolare.

La presenza di una pattuglia può infatti interrompere una possibile sequenza comportamentale prima che essa raggiunga la fase della commissione di un reato. Da questo punto di vista, l’intervento delle forze dell’ordine rappresenta non soltanto un’attività repressiva, ma anche una forma concreta di prevenzione situazionale.

La prevenzione passa anche dalla capacità dello Stato di rendere percepibile la presenza delle istituzioni.

I controlli nelle ore notturne, soprattutto nelle zone maggiormente esposte ai reati contro il patrimonio, possono aumentare la percezione del rischio di essere individuati.

La deterrenza, infatti, non dipende esclusivamente dalla gravità della pena, ma anche dalla probabilità percepita di essere scoperti.

Un controllo efficace può quindi avere un effetto che va oltre il singolo episodio: la presenza delle forze dell’ordine può contribuire a ridurre le opportunità criminali e a rafforzare nei cittadini la percezione di sicurezza.

Accanto alla questione della sicurezza, esiste però un aspetto che non dovrebbe mai essere trascurato: il rischio di trasformare un episodio in un giudizio definitivo sulla persona.

Una denuncia non equivale a una condanna e un singolo episodio non permette di definire qualcuno come “criminale abituale” o di attribuirgli automaticamente altri comportamenti illeciti.

La criminologia ha studiato a lungo il fenomeno dell’etichettamento sociale, mostrando come l’attribuzione di un’identità criminale possa influenzare il modo in cui una persona viene percepita dalla società.

Per questo motivo, un’analisi corretta dovrebbe concentrarsi sui fatti disponibili e sulle circostanze concrete, evitando generalizzazioni sulla personalità o sulla storia dell’individuo quando queste non siano supportate da elementi verificabili.

Episodi di questo genere possono avere un forte impatto sulla percezione della sicurezza da parte della popolazione.

La notizia della presenza di strumenti da scasso nelle mani di una persona durante le ore notturne può generare preoccupazione, soprattutto tra i residenti e tra i proprietari di abitazioni, negozi e attività commerciali.

È però importante distinguere tra percezione della criminalità e andamento reale della criminalità.

Per stabilire se un territorio sia effettivamente caratterizzato da un aumento dei reati contro il patrimonio servono dati statistici: numero delle denunce, andamento nel tempo, distribuzione geografica degli episodi, fasce orarie maggiormente interessate e modalità di commissione.

Un singolo episodio può rappresentare un campanello d’allarme, ma non è sufficiente, da solo, per parlare di emergenza criminale.

La prevenzione può essere rafforzata attraverso una combinazione di strumenti: illuminazione adeguata degli spazi pubblici, videosorveglianza nei luoghi più sensibili, controllo del territorio, collaborazione tra istituzioni e cittadini e tempestiva segnalazione di situazioni realmente anomale.

Anche la progettazione degli spazi urbani può svolgere un ruolo importante. Un ambiente ben illuminato, frequentato e sottoposto a una forma di sorveglianza naturale rende generalmente più difficile agire indisturbati.

L’obiettivo non deve essere quello di considerare sospetta ogni persona che si trovi in strada di notte, ma quello di ridurre concretamente le opportunità che possono favorire la commissione di reati.

Un episodio come questo permette quindi di spostare la riflessione dalla semplice cronaca alla comprensione dei meccanismi che possono favorire la criminalità predatoria.

Il punto centrale non è stabilire, sulla base delle sole informazioni disponibili, quali fossero le intenzioni della persona coinvolta. Saranno gli accertamenti e le autorità competenti a stabilire eventuali responsabilità.

La criminologia può invece interrogarsi sulle condizioni che rendono possibile un determinato comportamento: l’opportunità, il contesto, la vulnerabilità degli obiettivi, la percezione del rischio e la presenza di forme di controllo.

In definitiva, prevenire la criminalità significa anche intervenire prima che un possibile reato venga consumato. Significa comprendere il territorio, individuare le situazioni di maggiore vulnerabilità e costruire una rete di prevenzione capace di coinvolgere istituzioni, forze dell’ordine e comunità.

La sicurezza, infatti, non coincide soltanto con il numero degli interventi effettuati dopo un reato. Una sicurezza efficace è soprattutto quella che riesce, quando possibile, a impedire che il reato avvenga.

Avvocato e criminologa Rita Tulelli