Il ricordo

Marigliano, ‘o prufessore e le Palazzine.

Il ricordo di Nicola Esposito

Nicola Esposito Marigliano
- Foto d'Archivio
MARIGLIANO – Nicola camminava lentamente, oscillando tra destra e sinistra con l’andatura tipica dei pinguini. Parlava sottovoce o comunque con un tono che non era proprio quello della categoria dei ragazzini ai quali, almeno per una questione meramente anagrafica, di certo apparteneva. Indossava occhiali da vista con lenti già all’epoca molto spesse. Lo faceva con la naturalezza o forse più banalmente con la rassegnazione di chi aveva dovuto imparare da subito che la sua vita aveva un gran bisogno di quel supporto e che non fosse dunque il caso di andare tanto per il sottile.
Erano i primi anni Settanta e Nicola, se ancora non lo si fosse capito, non era certo quello che si può dire “l’uno fra i tanti”. Lui a soli dodici anni aveva un’identità già pienamente definita. Niente da spartire insomma con le personalità incerte e prive di indirizzo che costituivano la comunità delle Palazzine “abbasci’o ponte”. Il suo carattere mite e l’acume dei pensieri che lo sostenevano era perfettamente contenuta in quella sagoma rimasta poi immutabile per gli anni a venire. A farci incontrare e tenerci insieme per circa un decennio fu la comune passione per il pallone. Ogni pomeriggio, infatti, ci incontravamo senza bisogno di darci alcun appuntamento nel limitato spazio che insieme ai “guaglioni” delle palazzine, avevamo eletto a nostro terreno di gioco.
Tra quei ragazzini, il tempo lo ha poi confermato, non c’erano campioni ma è altrettanto vero pure che ognuno faceva del suo meglio per dimostrare agli altri d’esser depositario del più luminoso talento mai visto su un campo di calcio. Nicola che, come detto, aveva il fisico sbagliato per qualsiasi attività sportiva; tuttavia, si fece immediatamente apprezzare per quel modo di accarezzare la sfera che trasformava ogni gesto in una danza prodigiosa. Per dirla tutta però, era proprio il suo approccio al calcio ad essere totalmente diverso da quello di chiunque frequentasse al tempo quel perimetro. Anche e soprattutto quando ci illustrava le idee che illuminavano il suo modo di stare in campo, si comprendeva l’entità dello scarto che correva tra lui e tutti noi. Più ci dimenavamo per supplire con la corsa e l’entusiasmo ai nostri palesi limiti tecnici, più Nicola con i suoi tocchi felpati metteva in luce la natura assolutamente poetica del suo modo di pensare al pallone. Questo gli valse il soprannome di “’o prufessore” assai più prestigioso di quello toccato in sorte per esempio al Cinese, a cicciuvettola, al Ceccio, a pesce stuorto!
Non c’era istante in cui non fosse rivelato a chiunque che “‘o prufessore” era lì tra noi, per portare avanti una missione diversa dalla nostra. Ogni pomeriggio in quello spazio di pochi metri quadri che a noi sembrava rivaleggiare per dimensioni e prestigio con il mitico Maracanà di Rio de Janeiro, Nicola disegnava traiettorie che anticipavano “le meccaniche celesti” di cui anni dopo ci informò Franco Battito. Partecipava alle partite ma era evidente che non gli interessasse nulla del risultato. Lui era l’annunciatore di una pastorale del calcio filosofico che costituì la base su cui ancora oggi fondano gli incantesimi che ci terranno aggrappati a quel gioco per il resto delle nostre esistenze. Ambasciatore di bellezza, dunque, che infaticabile e senza prudenza si premurava di dare lezioni anche e soprattutto ai meno inclini a certi tipi di ragionamenti. Quando circa vent’anni dopo incontrai i racconti di Antonio Soriano ebbi la conferma di non essermi semplicemente suggestionato. Nicola era con ogni evidenza membro della sterminata galleria di personaggi che hanno reso celebre il grande scrittore argentino. Uno dei tanti visionari che avevano contribuito a trasformare quello che doveva essere solo un gioco, in un’esperienza necessaria, irrinunciabile, appassionante.
‘O prufessore non giocava per segnare ma per insegnare a tutti quelli che finivano nella sua orbita che il calcio è espressione di valori etici e sociali di categoria superiore. Che il pallone incarna ed esprime come meglio non sarebbe possibile, lo spirito delle comunità nelle quali si insedia. Che, come tutte le arti, quindi è in grado di raccontare in maniera definitiva l’anima e le peculiarità di un popolo.
Inventava lanci e cross millimetrici, come pure squarciava le difese con passaggi filtranti che spalancavano praterie a vantaggio di chi aveva la stoffa viva dell’attaccante di razza. Giocava praticamente da fermo, questo però non gli impediva di trovarsi sempre di fianco al compagno in difficoltà.
Il calcio moderno lo scarterebbe a priori come inopportuno, occupato com’è a umiliare con il calcolo, la tattica e la strategia tutto ciò che non riesce a comprendere.
Molte altre volte ho incontrato Nicola nel corso degli anni a venire. La sua vista era notevolmente peggiorata e la sua schiena aveva assunto nel tempo un aspetto ancor più curvo che rendeva il suo procedere ancor più lento e circospetto. Tuttavia, i caratteri dell’adolescente che avevo conosciuto erano ancora tutti là. Così ogni occasione tornava buona per ricordare i mitici tempi della nostra giovinezza e verificare che si era conservato integro nelle sue interpretazioni, avendo saputo tenersi a debita distanza dal frastuono che intanto aveva soppiantato la rassicurante vitalità dei nostri tempi. ‘O prufessore aveva ancora lezioni da insegnare e infatti, pure oggi, trovava il modo di sorprendermi per come sapeva intercettare caratteristiche dei calciatori su cui di volta in volta ci confrontavamo, che prima delle sue rivelazioni mi erano passate praticamente inosservate. C’era sempre un tratto distintivo che m’era sfuggito o che non avevo saputo interpretare in modo corretto.
Che tenerezza mi faceva incontrare il suo volto! L’espressione bonaria e accogliente di quei tratti specchio della purezza che continuava ad accompagnare l’uomo che Nicola era diventato. Intatto e incontaminato nell’ingenua mitezza del suo sorriso.
“è fermo nel tempo” mi dicevo, ogni volta con rinnovata invidia, prendendo congedo dalla sua persona.
“La ferocia della vita non l’ha affatto contaminato”.
Qualche giorno fa purtroppo, Nicola se n’è andato. Lo ha fatto alla sua maniera, con discrezione, senza dare disturbo. Una strana forma di tristezza si è insinuata nella mia coscienza, sino a costringermi a scrivere di lui e della sua influenza nel mio modo di vedere il calcio e, più compiutamente, le cose della vita. Quando sono stato raggiunto dalla notizia ho immediatamente pensato: “Il mio mondo se ne sta andando pezzo a pezzo”. Resta infatti sempre meno della Marigliano che mi ha adottato e insegnato quel poco che ho imparato della vita. “Prima o poi succede a tutti” mi son detto e poi, ho letto del saluto che gli tributavano gli alunni della scuola dove ha lavorato. Mi sono riconosciuto in quella gratitudine e ho trovato in quell parole tutti i buoni sentimenti che l’animo gentile di Nicola ha sempre seminato intorno a sé. È stato per questo che mi sono fatto coraggio e per evitare che questi pensieri finissero troppo in fretta nel dimenticatoio, mi sono seduto alla scrivania aper mettere insieme questo saluto, che parla delle Palazzine, d’o prufessore e dei bambini felici che per nostra fortuna abbiamo avuto occasione d’esser stati.
Viva Nicola, viva il pallone, viva la gioventù.
Francesco Aliperti Bigliardo