Un’aggressione all’interno di una relazione affettiva, una donna che tenta di fuggire, un inseguimento e l’intervento provvidenziale di un carabiniere fuori servizio. Oltre la cronaca, la vicenda di Castellammare di Stabia invita a riflettere sui meccanismi della violenza nelle relazioni intime, sui segnali di escalation e sull’importanza della prevenzione.
La cronaca racconta un episodio che, per la sua dinamica, merita di essere osservato anche attraverso la lente della criminologia.
A Castellammare di Stabia, secondo quanto riportato dalla stampa, una donna sarebbe stata aggredita dal compagno e, dopo essere riuscita a uscire dall’automobile con il volto insanguinato, avrebbe cercato di allontanarsi. L’uomo l’avrebbe inseguita, fino all’intervento di un carabiniere libero dal servizio che sarebbe riuscito a bloccarlo. Il quarantenne è stato successivamente arrestato. La donna è stata soccorsa e medicata.
Al di là degli aspetti giudiziari, che dovranno essere accertati nelle sedi competenti, la sequenza descritta dalla cronaca presenta alcuni elementi particolarmente rilevanti dal punto di vista criminologico.
Quando una violenza avviene all’interno di una relazione sentimentale, uno degli errori più frequenti è quello di ricondurla immediatamente alla categoria del “litigio di coppia”.
Ma conflitto e violenza non sono necessariamente la stessa cosa.
Un conflitto può coinvolgere due persone che esprimono posizioni differenti. La violenza, invece, può assumere una dimensione profondamente asimmetrica, nella quale la forza fisica, la minaccia o l’intimidazione vengono utilizzate per sopraffare l’altra persona.
Questa distinzione è fondamentale.
Definire genericamente un’aggressione come una “lite degenerata” rischia infatti di oscurare la natura della condotta e, soprattutto, di non cogliere eventuali dinamiche di controllo che possono svilupparsi all’interno della relazione.
Nella ricostruzione giornalistica, la donna non sarebbe rimasta all’interno dell’automobile, ma avrebbe cercato di allontanarsi dopo l’aggressione.
Dal punto di vista vittimologico, questo comportamento assume un significato importante.
La fuga può rappresentare una risposta di autoprotezione di fronte alla percezione di un pericolo concreto. Non dovrebbe quindi essere interpretata come una reazione irrazionale o come un semplice momento di panico.
La vittima, in quel momento, sembra cercare di interrompere il contatto con l’aggressore e di raggiungere un luogo nel quale poter trovare protezione.
È proprio questa dinamica a rendere particolarmente significativo il successivo inseguimento.
La sequenza descritta dalla cronaca può essere sintetizzata in pochi passaggi:
aggressione, fuga della vittima, inseguimento, intervento di un terzo, interruzione della condotta.
Dal punto di vista criminologico, non si tratta di una successione irrilevante.
L’aggressione rappresenta il primo momento della condotta violenta. Il successivo inseguimento, qualora confermato dagli accertamenti, indica invece che il comportamento dell’aggressore non si sarebbe esaurito nel momento iniziale, ma sarebbe proseguito anche quando la donna tentava di sottrarsi alla situazione.
È proprio questa continuità comportamentale che merita attenzione.
In una valutazione del rischio, infatti, è fondamentale ricostruire non soltanto l’atto violento, ma ciò che accade immediatamente prima, durante e dopo l’aggressione.
Un altro principio importante della criminologia della violenza nelle relazioni intime è che un episodio può rappresentare la manifestazione più evidente di una dinamica precedente.
Questo, naturalmente, non significa che ogni aggressione sia necessariamente preceduta da una lunga storia di violenza.
Nel caso specifico non possiamo affermare, sulla base delle sole informazioni disponibili, che vi siano stati precedenti episodi di maltrattamento, minacce o controllo.
Tuttavia, proprio per questo, in un’analisi criminologica completa sarebbe fondamentale verificare l’eventuale presenza di precedenti segnali.
Vi erano già state minacce?
La donna aveva mai manifestato paura nei confronti del partner?
Erano presenti comportamenti di controllo o gelosia?
C’erano stati precedenti episodi di aggressione?
Vi erano state separazioni o tentativi di interrompere la relazione?
Sono domande che non possono essere risolte attraverso la cronaca, ma che diventano fondamentali nella ricostruzione professionale del rischio.
Nelle relazioni caratterizzate da violenza, l’aggressione fisica rappresenta talvolta soltanto una delle modalità attraverso cui può manifestarsi il controllo.
Controllare le frequentazioni, limitare i rapporti sociali, esercitare pressioni, minacciare, sorvegliare, intimidire o impedire alla partner di interrompere la relazione sono comportamenti che possono assumere rilevanza criminologica.
Non è corretto attribuire automaticamente tali condotte al caso di Castellammare di Stabia, perché non disponiamo di elementi sufficienti per farlo.
Ma è proprio questo il punto: quando si verifica un episodio di violenza in una relazione affettiva, la domanda criminologicamente importante non dovrebbe fermarsi all’aggressione singola.
Occorre ricostruire la relazione.
La prospettiva vittimologica impone inoltre particolare attenzione al modo in cui raccontiamo questi episodi.
Domande come “perché non se n’è andata prima?”, “perché è rimasta con lui?” oppure “perché non ha denunciato?” possono apparire semplici, ma spesso non tengono conto della complessità delle relazioni violente.
La decisione di lasciare un partner può essere ostacolata dalla paura, dalla dipendenza economica, dall’isolamento, dalla presenza di figli, dalle minacce, dal legame affettivo o dalla convinzione che la situazione possa cambiare.
La vittimizzazione, quindi, non può essere analizzata prescindendo dal contesto nel quale si sviluppa.
E soprattutto, la responsabilità dell’atto violento rimane in capo a chi lo commette.
Nella vicenda assume particolare rilievo anche l’intervento del carabiniere fuori servizio.
Secondo la ricostruzione giornalistica, il militare avrebbe riconosciuto la situazione di pericolo e sarebbe intervenuto, riuscendo a fermare l’uomo.
È un elemento che ci ricorda quanto possa essere importante il cosiddetto controllo sociale: la presenza di una persona esterna alla relazione può interrompere una situazione di violenza e consentire alla vittima di raggiungere una condizione di maggiore sicurezza.
In criminologia e in vittimologia, la rete di protezione rappresenta infatti un elemento fondamentale.
Familiari, amici, colleghi, vicini di casa, operatori sanitari, forze dell’ordine e servizi territoriali possono svolgere un ruolo determinante nell’intercettare situazioni di rischio.
La prevenzione non può iniziare soltanto quando la violenza raggiunge il suo livello più evidente.
È necessario imparare a riconoscere i segnali di possibile escalation.
Tra gli elementi che, in una valutazione professionale, meritano particolare attenzione vi sono le minacce, le aggressioni precedenti, i comportamenti persecutori, la gelosia estrema, il controllo della vita quotidiana, l’isolamento sociale, l’accesso alle armi, le minacce rivolte alla vittima o a sé stessi e l’aumento della frequenza o della gravità degli episodi violenti.
Un particolare momento di attenzione è rappresentato anche dalla separazione o dal tentativo della vittima di interrompere la relazione, perché può costituire una fase di elevata conflittualità.
Ancora una volta, però, è fondamentale distinguere ciò che è documentato da ciò che è soltanto un possibile elemento da verificare.
Un’altra cautela indispensabile riguarda la tentazione di formulare diagnosi a distanza.
Di fronte a un’aggressione, è frequente leggere definizioni come “psicopatico”, “narcisista”, “malato di mente” o “incapace di controllarsi”.
Sono affermazioni che, in assenza di una valutazione clinica e forense, non possono essere sostenute seriamente.
La criminologia non consiste nell’attribuire etichette psicologiche sulla base di un singolo comportamento.
L’analisi criminologica deve invece concentrarsi sui fatti, sulle modalità della condotta, sulla storia relazionale, sui precedenti eventualmente documentati, sui fattori di rischio e sul contesto nel quale il comportamento si è verificato.
La vera domanda criminologica, quindi, non dovrebbe essere soltanto: “Che cosa è successo?”
Dovremmo chiederci anche:
C’erano segnali precedenti?
Qualcuno li aveva riconosciuti?
La vittima aveva già cercato aiuto?
Esisteva una rete di protezione?
L’intervento avrebbe potuto essere anticipato?
Queste domande non servono a colpevolizzare la vittima né a formulare giudizi anticipati sull’indagato.
Servono a comprendere come prevenire la prossima aggressione.
Una riflessione finale
La vicenda di Castellammare di Stabia mostra, almeno secondo la ricostruzione giornalistica, quanto rapidamente una situazione di violenza all’interno di una relazione possa trasformarsi in una situazione di pericolo concreto.
Una donna ferita tenta di fuggire. L’aggressore la insegue. Un terzo interviene e interrompe la condotta.
In pochi minuti si concentra una dinamica che, dal punto di vista criminologico, merita di essere osservata nella sua complessità.
La violenza nelle relazioni intime non dovrebbe essere considerata soltanto come un problema di ordine pubblico o come una successione di episodi di cronaca nera. È anche un fenomeno relazionale, sociale e vittimologico che richiede capacità di riconoscimento, valutazione del rischio e prevenzione.
Il compito della criminologia è proprio questo: andare oltre il singolo fatto senza perdere di vista i fatti; comprendere la dinamica senza trasformarla in una diagnosi; analizzare il rischio senza attribuire responsabilità che devono essere accertate dalla magistratura.
Perché dietro ogni episodio di violenza non c’è soltanto un’aggressione da ricostruire.
C’è una dinamica da comprendere, una vittima da proteggere e, soprattutto, un rischio che deve essere riconosciuto prima che sia troppo tardi.
Avvocato e criminologa Rita Tulelli


