Educare e' lottare

Redazione

L’8 marzo, Giornata internazionale della donna: educare significa continuare a lottare

Contrariamente a quanto si pensa, la “Festa della donna” non trae origine da quella che sembrerebbe essere solo una leggenda metropolitana, ossia, quel famoso incendio nelle industrie Cotton, in cui, si racconta, morirono un centinaio di operaie newyorkesi, rinchiuse nella loro fabbrica e poi arse vive dal proprio datore di lavoro a seguito di un lungo sciopero indetto a causa delle precarie condizioni lavorative in cui versavano le dipendenti. In realtà questa sarebbe una storia ricamata ad hoc su quanto realmente accadde, il 25 marzo 1911 a New York, nell’incendio della fabbrica Triangle, dove però a perdere la vita non furono esclusivamente delle donne e non si trattò di certo di un incendio doloso. La tragedia, infatti, fu provocata dal mancato rispetto delle più elementari norme di sicurezza sul luogo di lavoro.

La “Giornata internazionale della donna” è in realtà il frutto di una lunga storia fatta di lotte e conquiste tutte al femminile per contrastare quei vetusti retaggi di una società misogina e maschilista. Basti pensare alla concezione di Aristotele della donna come semplice “materia fecondabile” per capire quanto sia storicamente radicato quel livello di subalternità in cui da sempre si è cercato di confinare la donna, non solo sul piano sociale ed economico, ma soprattutto su quello giuridico. Ed è proprio per rigettare una lunga serie di discriminazioni di genere, da sempre giustificate sulla base di quell’infirmitas sexus che, secondo gli antichi, rendeva la donna inidonea a compiere determinati compiti, che, dalla seconda metà dell’800 a quasi tutto il  900,  il “sesso debole” cominciò a pretendere il riconoscimento dei propri diritti di persona al pari dell’uomo. In questo lasso di tempo si susseguirono scioperi, manifestazioni, fino a dar vita a vari e propri movimenti femministi, animati dapprima dalla rivendicazione del diritto al suffragio universale femminile, poi dalla volontà di porre fine allo sfruttamento sul lavoro e a tutte quelle discriminazioni che le donne subivano in vari ambiti, soprattutto in quello familiare.

 In poco più di 100 anni le donne riuscirono a segnare date storiche importanti fino a coinvolgere nelle loro rivendicazioni persino partiti politici. Fu il Partito socialista americano, infatti, a celebrare nel 1909 il primo “Woman’s Day”,  mentre nel Vecchio Mondo le commemorazioni cominciarono nel 1911, ma furono poi sospese a causa della Grande Guerra. Bisognerà attendere il 1921 per vedere fissata la data dell’8 marzo come “Giornata internazionale dell’operaia” su iniziativa delle comuniste moscovite, mentre nel 1922 toccherà al Partito comunista d’Italia festeggiare la donna il 12 marzo.

Uno step davvero importante per l’autodeterminazione femminile fu rappresentato dagli anni 70’. L’avvento del femminismo unì sempre di più le donne che, a colpi di motti significativi e dal forte impatto, come il famoso “Tremate, tremate, le streghe son tornate!” o “Il corpo è mio e me lo gestisco io”, pretendevano un’effettiva uguaglianza di genere, di libertà d’opinione e d’azione. Furono organizzati numerosi cortei volti a sovvertire l’ordine pubblico, repressi  però con violenze e incarcerazioni. 

L’anno della vera e propria riscossa per il mondo femminile fu poi il 1977, quando le Nazioni Unite istituirono “La giornata per i diritti della donna e la pace internazionale”, evento che sarà osservato da ogni stato membro in un qualsiasi giorno dell’anno, onde porre fine a secoli di soprusi e garantire alle donne un’attiva partecipazione alla vita politica, sociale e civile.

Come tutti sappiamo il simbolo dell’8 marzo è la mimosa, ma quello che forse è meno noto è che si tratta di un’esclusiva del tutto italiana. Dopo la seconda Guerra mondiale, infatti, furono tre madri dell’Unione Donne Italiane, Rita Montagnana, moglie di Palmiro Togliatti, Teresa Noce e Teresa Mattei, a decidere, nel 1946, di adottare la mimosa come simbolo da regalare in questo giorno. Non fu certamente una scelta casuale, anzi, si optò per la mimosa in luogo della più costosa violetta (già simbolo della sinistra europea), in quanto, questo semplice rametto,  molto diffuso tra l’altro nel mese di marzo, era facilmente reperibile e a basso costo.

La mimosa dunque, prima di essere risucchiata anch’essa nel vortice del consumismo moderno, era, e dovrebbe tornare ad essere, un simbolo di sorellanza, di unione e di appartenenza ad un mondo che di debole ha ben poco e che è stanco di restare recluso in uno stretto gineceo. Allo stesso modo  l’8 marzo non deve rappresentare un mero “baccanale”, ma è un memento per tutte quelle conquiste ottenute con coraggio e fatica dalle donne nel corso dei secoli.

In questo preciso momento storico, dove l’abbrutimento e l’ignoranza sembrano attecchire un po’ovunque, sembra davvero necessario dover guardare indietro per allontanarsi dal baratro e riprendere coscienza di ciò che realmente siamo e abbandonare, noi per prime, certi luoghi comuni, continuando ad avanzare e a trasmettere quei valori di uguaglianza alle nuove generazioni, perché le discriminazioni di genere, purtroppo, sono ancora dietro l’angolo.

Assunta De Rosa

 

 

 

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