La vita davanti a sé.

Francesco Aliperti Bigliardo

MARIGLIANO - Io penso che la nostra cittadina non sia diversa dal resto d’Italia. Le tematiche sono, con sensibili variazioni di intensità e profondità, bene o male le stesse. I nostri cittadini, come quelli del resto della penisola, sono sotto pressione da decenni ormai per le tensioni legate al mondo del lavoro, alle tematiche di carattere ambientale, agli incredibili rigurgiti fascisti che ovunque fanno capolino. Tutto questo, in un clima di totale assenza di dibattito. In un’agghiacciante condizione di solitudine e dimenticanza. In una assoluta mancanza di luoghi in cui incontrarsi, confrontarsi, prendere coscienza e parte delle mille complesse sfumature che determinano una soddisfacente e condivisa convivenza civile. Purtroppo gli unici segnali di vitalità restano confinati nel mondo virtuale, quello delle parole che nascono e muoiono all’istante senza tradursi in azione civile.

Il deserto nel quale agiamo le nostre solitudini, purtroppo per noi, non è però un luogo sterile ed infecondo. È piuttosto l’ambiente ideale in cui far crescere in maniera silenziosa e perversa le peggiori pulsioni di cui è capace ciascuno di noi. Se la società civile, portatrice di sani principi e buoni propositi, si ritrae, lascia campo libero a quanti coltivano propositi oscuri, a quelli orientati ad avvantaggiare una ristretta cerchia di persone.

“Il sonno della ragione genera mostri”, mostri grandi come il silenzio. Il silenzio creato di proposito da chi ci vuole soli. Il silenzio che è della stessa natura di quello scoppiato a Macerata, di quelli in cui covano le allucinanti ragioni di chi postula un mondo in cui è possibile azzerare ciò che non si riesce a comprendere.

Vedete, il fascismo, la precarietà, i disastri ambientali, la cagnara politica e la riduzione di ogni singola questione in combattimento tra fazioni, senza regole e soprattutto senza arbitri unanimemente riconosciuti obiettivi, è una strategia ben definita per non cambiare di un millimetro la qualità delle nostre vite.

 La confusione è il deserto. La fretta, la velocità sono il deserto. Quel clima di tensione continuo che ci impedisce di ragionare, che pretende risposte immediate e definitive è il rumoroso silenzio che impedisce di fatto ogni armonizzazione.

I realtà non abbiamo alcun bisogno di semplificare. Non c’è nessuna fretta. Il tempo va occupato a ragionare, a trovare soluzioni. Correre non ci aiuterà a risolvere nemmeno uno dei nostri problemi. Abbiamo piuttosto, la necessità di aprirci al dialogo con il mondo che arriva. Scappare è l’unica cosa che non dobbiamo fare. Come il cibo, i problemi vanno masticati con lentezza ed accuratezza. Prendendo parte alle questioni, abbandonando l’atteggiamento del “tifare contro” che è ormai l’unico modo di  partecipare che conosciamo.

Noi dovremmo appassionarci delle nostre idee senza pretendere di affermarle con la forza. Favorendo altresì, con la testimonianza civile, coltivando il mito dell’ascolto delle testimonianze altrui.

L’immigrazione è un fenomeno complesso ed irrefrenabile. Non si possono risolvere le problematiche che esso comporta, con un semplice “Sì!” o con un altrettanto perentorio “No!”. La questione immigrazione va discussa. Tutti i giorni, senza fretta.

Prendere coscienza che come si diceva, i flussi migratori sono un fatto incontrovertibile. Vanno dunque comprese le ragioni di quei flussi e messe a punto giorno per giorno, le complicate dinamiche dell’integrazione, della tolleranza, dell’accoglienza. Non sono temi semplici, vanno affrontati con temperanza, sempre senza insofferenza ed agitazione. Chi vuole semplificare, ha interesse a fare i suoi porci comodi rapidamente, per depredare, arraffare e poi confondere le acque, al fine di proteggersi la ritirata.

 I rifiuti, di cui tanto si parla, sono anche essi un fatto. Il trattamento degli stessi è una conseguenza dell’enorme quantitativo di sostanze che incondizionatamente produciamo e trasformiamo in rifiuti. Non possiamo pensare che la questione la si possa risolvere semplicemente rigettando Ri.Genera. Dobbiamo per forza pretendere di evitare o limitare la produzione di quei rifiuti. Essere disposti a rivedere le nostre politiche di consumo ed i nostri stili di vita. Avere la forza di capire che Ri.Genera e la risposta di chi ci ha voluti consumatori compulsivi e dissennati. Una risposta che personalmente detesto e contro la quale mi spenderò fino all’ultimo, consapevole però che quei rifuti sono un fatto al quale con il mio comportamento ho contribuito. Dobbiamo quindi pretendere da noi stessi di sederci al tavolo con chi ha in mente quel mostro, opponendo un modello alternativo altrettanto possibile. Un modello praticabile, non vaneggiato e così fuori dal contesto da apparire impossibile. Ci vuole onestà e trasparenza nel dire che Ri.Genera non deve esistere né qui né altrove. Che il problema deve essere rimosso nella sua totalità e non vigliaccamente spostato dinnanzi alla porta del vicino.

 Il fascismo è un fatto. Non possiamo semplicemente pensare di rifiutarne i contenuti facendo ricerche scolastiche e proiettando films che ne illustrano il rigore e la follia omicida. Il fascismo va combattuto per le strade, con la costruzione di modelli che ne dimostrino l’assoluta grettezza e bestialità. Non possiamo fingere di non vedere che ovunque, nel nome di un oscuro e non ben identificato ordine o di difesa dei “nostri diritti” di prelazione, si riuniscono persone orientate a quegli ideali che la nostra Costituzione ripudia e classifica come criminali e dunque passibili di sanzioni esemplari. Eppure la nostra cittadina è piena di simboli che inneggiano al fascismo. Volantini ed azioni intimidatorie sono ormai all’ordine del giorno e noi, piuttosto che affrontare il problema, piuttosto che prendere parte ed occupare quegli spazi con la presenza, con gli atteggiamenti virtuosi che pure siamo stati in grado di generare e tramandare, giriamo la faccia per corriere in direzione del prossimo “like” o peggio della successiva offerta speciale. Ancora una volta non si tratta semplicemente di tifare contro, ma di prendere parte alla discussione, di stare in piazza con chi sente che è in pericolo la nostra libertà di espressione.

 Il precariato è un fatto. I nostri comportamenti lo favoriscono. Ogni volta che preferiamo un centro commerciale, specie nei giorni di festa, noi siamo complici delle politiche che tendono a limitare i diritti e a sfruttare i nostri figli senza di contro offrire contratti dignitosi e proporzionati al sacrificio che gli chiedono di compiere. Siamo complici quando volgiamo le spalle a quanti ci provano a fare economie basate sullo sviluppo del territorio. Quando ci accaniamo a comprare ciò che è meno caro perché scarica i costi di produzione e smaltimento delle scorie sulle popolazioni, utilizzando manodopera, precaria, illegale, sotto ricatto. Siamo complici quando acquistiamo senza interrogarci sulle conseguenze reali di quell’acquisto. Quando valutiamo adeguata la remunerazione in benefit, di prestazioni di lavoro che continuano invece ad essere valutate in pezzi prodotti al minuto.

 Gli spunti di riflessione sono tanti. Forse addirittura troppi per un primo approccio. Prometto perciò di usare con estrema parsimonia lo spazio che questa redazione ha inteso riservarmi. L’auspicio più sincero per il momento è quello di poter incontrare ciascuno di voi per strada, per continuare la discussione davanti ad una buona tazzina di caffè, a patto che sia solidale.  

 

 

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