Marigliano e il Futurista

Franco Trifuoggi

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MARIGLIANO -  “Marigliano? È una città. Ma tutto il mondo è paese. Sì che, esattamente, è una piccola città in campagna, che ha tutta l’aria di essere andata a villeggiare”. È  questo l’incipit del capitolo dedicato a Marigliano del libro intitolato Paesi. Autore uno dei più grandi futuristi, Francesco Cangiullo, “primo ed altissimo poeta napoletano e primo umorista d’Italia”, come suona il giudizio di Filippo Tommaso  Marinetti che figura in esergo. Data di pubblicazione: il 1939!

Devo la conoscenza di questo testo singolare a un illustre studioso, nostro benemerito concittadino, cattedratico ad Architettura, il prof. Pasquale Belfiore. A lui si deve la scoperta, di cui generosamente ha voluto fare partecipe un vecchio amico della sua famiglia, che desidera a sua volta fare partecipi i concittadini e quanti amano Marigliano di questa testimonianza, significativa e suggestiva insieme.

Ed ecco venirci incontro la stazione delle FF.SS.  con i carri frigoriferi che recano “la sovrabbondante esuberanza delle albicocche” vesuviane, e poi la ferrovia Nola-Baiano, aggregata alla Circumvesuviana, con “la sua vecchia clientela affezionata, fatta di viaggiatori speciali”, che sente estranea la nuova stazione  “pompeiana”.  E dipanarsi le memorie di un tempo remoto in cui Marigliano fu “luogo di delizie”, ove Caio Mario si recava in villeggiatura, e che ora, tra l’altro, “vanta un superbo palagio di stile fortilizio e una magnifica chiesa collegiata”.

E un fugace accenno alle eruzioni del Vesuvio, responsabile di danni, nonostante che il paese sia a tergo del vulcano: “Ma gli sta alla radice, e sembra che gli pesti i calli”. Il tono cambia per far posto a un elogio galante. “Lo posso dire? Belle donne a Marigliano. E di varietà diverse, come i fiori: aspetti fini e rurali, giocondi e sentimentali”. Ma più che “l’elemento femminile, importantissimo”, più dei “negozi quasi inappuntabili, pasticcerie, sartorie ecc….” colpisce l’autore “l’incontro d’una tipografia e d’un libreria”, prospiciente ”l’ariosa piazza Roma”, ove, a prima sera, “è ì’aeroporto delle rondini”, e i ragazzi della Colonia Elioterapica “s’avventano sull’alberata pista del pallone”. In fondo allo spiano nota “un villino aggiustato, attintato di rosso amarena”; e, sulla piazza, “la gaia facciata municipale, a pié del monumento ai caduti di guerra, che un’aquila sormonta come ad elevarlo al cielo. Ancora dei simboli si slanciano dai merli della palazzina in ricamato stile veneziano: un leone di S.Marco e una Vittoria di Samotracia par che prendano il volo…”.

Ora è il tramonto: entrano in paese, dalla via di Somma, due bovari, “conducendo al guinzaglio di turgido canapo sei giovenche bianche, di statuaria carducciana”, le cui teste, “rassegnate al giogo…sottintendono una mestizia umana”. Sulla via del ritorno ecco apparire “una splendida figliola, creatura cui si sospira istintivamente: è una rosa di maggio!”. Parte per Napoli, ed anche il poeta. Quando lei prende posto, “unisce alle onde auree della permanente una ciocca distaccata sulla fronte, ed ha gli occhi orlati di tramonto”. Tutto lo scompartimento la guarda: “Ha veramente un fascino”. A Napoli termina il viaggio, con il finale epigrammatico del racconto: “Dalla Circumvesuviana a piazza della Borsa, ove la bella provinciale scomparve, i miei compaesani, suoi ammiratori, la guardarono, appunto, ammirati, nulla sapendo che l’adorabile bellezza veniva da Marigliano!”.

 

È veramente delizioso questo “pezzo” letterario, e mi spiace aver dovuto riassumerlo - per non eccedere la misura di un articolo - sacrificando indugi descrittivi fioriti di immagini suggestive e notazioni argute. È uno spaccato della nostra città negli anni ‘30, ove tuttavia è ancora possibile ritrovare o riconoscere monumenti ancora presenti accanto a memorie di usanze e figure di vita semplice perdute. Una lettura gratificante e riposante, anche perché non mostra i segni  premonitori dell’immane tempesta bellica imminente; e ci offre, del pari, una gradita testimonianza dell’attenzione e dell’apprezzamento, colorito e garbato, di un grande scrittore per la nostra amata città.

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