L’uomo nella bottiglia, diario di un alcolista

Paolo Isa

Intervista all'autore del romanzo

L’uomo nella bottiglia, diario di un alcolista è il titolo del romanzo di Nicola Favaretto, in

arte N_Ikonoclast, edito da Carello Edizioni, Catanzaro.

 L’autore, poeta e romanziere di origini venete, classe 1976, è alla sua settima avventura letteraria e affronta in queste pagine dense di pathos  e spirito di ricerca lo spinoso tema dell’alcolismo, una piaga sociale di larga diffusione ma che ancora   non   ha   trovato   sufficiente   spazio   nel   panorama letterario italiano, almeno a livello di narrativa.

 Abbiamo intervistato l’autore per “Marigliano.Net”

 Vuole descriverci in poche righe il suo libro, pubblicato recentemente?

 Il  mio  libro  è   uno   spaccato  di   vita,   crudo  e   scevro  da   ogni  tipo   di  “abbellimento romanzesco”   sul   tema   dell’alcolismo   e   la   depressione.   Ho   voluto   usare   uno   stile “fumettistico”, ricco di dialoghi, nella speranza di ricreare l’effetto dei film di Lars Von Trier, in cui l’uso della telecamera a mano rende tutto più realistico, documentaristico.

 Il motivo che l'ha spinto a pubblicare un libro autobiografico di un tema così delicato, è

l'aver superato la sua  dipendenza e quindi poter raccontare e dire: si può guarire,

sconfiggere definitivamente la dipendenza?

 Ho realmente vissuto tutto ciò che ho narrato nel libro, persino la perdita della persona che amavo a causa della dipendenza; ma in tutta onestà non posso affermare che dall’alcolismo, come ogni altra forma di dipendenza, si possa guarire. Avviene un processo chimico nel nostro cervello, irreversibile, e ciò è ampiamente illustrato nella dalla letteratura scientifico- accademica. L’unico rimedio è l’astensione dalla sostanza, rimanere sobri... poiché al primo bicchiere si ricade nell’abisso.

 Lei affronta il tema dell'alcolismo, un racconto autobiografico, come è iniziata la sua

dipendenza?

 Non è facile rispondere a questa domanda; esiste l’uso sociale, l’abuso e in fine la

dipendenza, si scivola progressivamente nello stadio successivo, ma nessun alcolista è in

grado di dire con precisione, quando ha superato “il punto di non ritorno”. Posso dire però

che quando ho lasciato la casa di mia madre, a vent’anni, il consumo di alcol è aumentato

esponenzialmente, con la sua quotidiana ritualità.

 La dipendenza dall'alcool è una piaga ancora attuale, purtroppo, Lei ha trovato la forza di

reagire, con l'aiuto di dottori, oppure altre alternative?

Sicuramente, l’aspetto medico è stata una componente fondamentale, ma gli affetti, la

famiglia, hanno giocato un ruolo più importante. Quando stai per affogare, non pensi di

certo al medico di turno, ma alle persone che ami... sempre che tu riesca ancora ad amare,

perché l’alcol distrugge ogni cosa, persino la paura, la speranza, l’odio e l’amore.

 L'insoddisfazione della propria vita, la solitudine, malinconia, possono essere alcune dei

temi che l'hanno condotta all'alcolismo?

 Assolutamente sì, sono tutti fattori che inducono a rifugiarsi in questo “falso amico”, ma le cause sono molteplici, ad esempio la predisposizione genetica: un figlio di alcolisti su

quattro, statisticamente, si ritrova a dover fare i conti con la stessa problematica, mio

padre, ad esempio beveva, mia nonna, (sua madre) era un’alcolizzata cronica.

Il titolo del suo romanzo è L'uomo nella bottiglia, rispecchia la realtà di un periodo

delicato, drammatico della sua vita in particolare?

 Il titolo del romanzo (L’uomo nella bottiglia) non rispecchia in particolare un periodo della mia vita, ma è la summa di tutto un triste cammino. Ho scelto questo titolo perché sono convinto che ogni persona che vive questo dramma ci si rispecchierà...  crudo, diretto e senza fronzoli, come il mio stile di scrittura.

 

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