Clarice Lispector- Il lampadario

Paolo Isa

Clarice Lispector nel suo appartamento a Leme (Rio de Janeiro, metà degli anni Sessanta) per gentile concessione di Paulo Gurgel Valente

Nella grande casa in cui, magra, scalza, solitaria, la piccola Virgínia si aggira "in concentrata distrazione" i mobili spariscono un po’ alla volta, "venduti, rotti o troppo vecchi", e le porte si aprono su stanze in cui regnano "il vuoto, il silenzio e l’ombra". Abbandonato nella vasta sala da pranzo – dove brillano "vetri e cristalli addormentati nella polvere" – c’è però un lampadario, unico sopravvissuto di antichi fasti: "Il grande ragno avvampava", e Virgí­nia "lo guardava immobile, inquieta, sem­brava presagire una vita tremenda. Quel­l’esistenza di ghiaccio".

Ma soprattutto in­sieme a lei c’è Daniel, il fratello di poco più grande, che da quando è nata la consi­dera "solo sua", che la protegge e la tormenta, e con lei condivide straordinari se­greti: dal misterioso cappello che vedono scivolare lungo il fiume – e che immagina­no appartenga a un annegato – alla scato­la piena di ragni velenosi di Daniel, fino alla Società delle Ombre di cui sono gli unici membri.

Quando i due, cresciuti, la­sceranno insieme la tenuta di Granja Quie­ta per andare a studiare in città, i loro desti­ni si separeranno.

E quando, dopo un’ar­dua educazione sentimentale, Virgínia de­ciderà di tornarci, capirà "che il posto do­ve si è stati felici non è il posto dove si può vivere": sul treno che la riporterà lontano si accorgerà di essersi scordata di guarda­re il lampadario e saprà "di averlo perdu­to per sempre", così come ha perduto per sempre la sua infanzia miserabile e incan­tata. Lispector narra questa struggente iniziazione alla vita con la sua lingua lussu­reggiante e visionaria: "attenta" ha scritto Franco Marcoaldi "al cuore che batte, al­la vena che pulsa, alla vibrazione cieca del sentimento nel corpo"

traduzione di Virginia Caporali, Roberto Francavilla.

 

 

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