L'IMPORTANZA DELLA PAROLA

Ercole Capuozzo

Alcibiade si innamorò di Socrate per la parola (nella Grecia antica l'amore omosessuale era cosa comune. Quasi ogni "maestro" aveva il suo allievo "preferito" e, talvolta, erano i ragazzi a corteggiare i grandi); Platone dice: "L'anima, o caro, si cura con certi incantesimi e questi incantesimi sono i discorsi belli"; Girolamo Savonarola affascinava per il tono della sua voce forte e invasato; Leon Battista Alberti fu ospite molto gradito nei salotti del suo tempo per il fascino della parola; A Lorenzo il magnifico, che non era certamente un bell'uomo, bastavano pochi minuti per conquistare qualsiasi interlocutore con il suo dire. E così, per molti personaggi di ogni tempo.

Il linguaggio, che Heidegger definisce come "la casa dell'essere", è fondamentale nella formazione dell'uomo. Esso è connaturato come negli animali, che ne sono dotati sin dalla nascita. Alcune parti del nostro organismo, come le corde vocali e il palato, ci mettono in condizione di parlare, ma il linguaggio lo dobbiamo apprendere. E lo impariamo dagli altri, più o meno favoriti a seconda che il nostro ambiente di vita sia linguisticamente molto o poco stimolante. Il linguaggio, oltre a essere una creazione culturale, è in stretta relazione con il pensiero. E' esso ad attivare il cervello e incide sulle altre aree cerebrali, soprattutto su quelle emotiva, cognitiva, della socializzazione. In seguito si avrà una incidenza reciproca.

Il linguaggio è il principale mezzo di umanizzazione ed è indispensabile nella formazione del Sé e, quindi, dell'identità e dell'autonomia. Ne fa testimonianza il fatto che il bambino comincia il suo cammino nella formazione del suo Sé, staccandosi dalla mamma proprio quando inizia a dare i primi passi e a dire le prime parole, il tutto sotto la spinta della curiosità per l'ambiente a lui circostante. La crescita è, dunque, legata anche alla comunicazione e al mondo esterno, cosicché l'uomo non è soltanto una realtà biologica, naturale, ma anche una realtà culturale.

Oggi, si assiste ad un cambiamento radicale (e negativo) nella capacità linguistica delle nuove generazioni, per cui il linguaggio verbale si presenta, come dice Ferrarotti, non più lineare, concettuale, armonico, ma "frantumato" e, come scrive Merlo, riferendosi al linguaggio scritto, "corto": si usa 6 per sei, ki per chi, sn per sono, xchè per perché… alcuni, in quest'ultimo caso, parlano di sintesi. Ma non è così. È una nuova forma linguistica. La sintesi nel linguaggio sia orale che scritto, è un pregio e certamente non determina un impoverimento di esso, né un suo imbarbarimento, cosa che, purtroppo si sta verificando.

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