Dove è finito il complesso di Edipo ?

Ercole Capuozzo

Edìpo era figlio di Laio e di Giocasta, rispettivamente re e regina di Tebe. Avendo l'oracolo predetto che, fattosi egli grande, avrebbe ucciso il padre e sposato sua madre, Laio diede incarico ad un suo servo di ucciderlo. Il servo non ebbe il coraggio di farlo e, legatogli i piedi, dopo averli bucati, lo abbandonò sul monte Citerone. Qui lo trovò un pastore 'di Corinto, il cui re era Polibo, il quale, non avendo figli, prese il bimbo con sé e lo adottò. Così, Edìpo crebbe credendosi figlio naturale di Polibo.

Un giorno, interrogato l'oracolo, seppe che avrebbe ucciso suo padre e sposata sua madre, per cui fuggì da Corinto dirigendosi a Tebe. Lungo il cammino, litigò con un uomo e lo uccise. Era Laio, suo padre. Arrivato a Tebe, avendo risolto l'enigma della Sfinge, sposò la regina Giocasta ignorando che fosse sua madre, e divenne re di Tebe. Scoperta la verità, si accecò mentre sua madre si impiccò.

Freud si servì di questo racconto per dimostrare che il maschietto, nella prima e seconda infanzia, vede nel padre un ostacolo al suo amore per la mamma. Nella prima e seconda infanzia, il bambino, quindi, cresce opponendosi psicologicamente al padre, in cui, però, si identifica, anche se negativamente, perché ne ha paura e perché non vuole che lo si allontani dalla mamma. Il complesso, in genere, viene superato nella fanciullezza, quando il bambino si identifica positivamente nel padre, che diviene per lui un modello da seguire.

Ovviamente, ciò avviene più facilmente se i genitori, coscienti delle sue difficoltà, lo aiutano tenendo comportamenti e atteggiamenti adeguati alle sue necessità. Il contrasto, anche se non palese, tra padre e figlio è importante per permettere al bambino di comprendere la differenza tra sé e l'altro, e per dare inizio alla formazione del Sé con la relativa conquista dell'autonomia. A tale scopo, è anche importante il rapporto conflittuale che, nella adolescenza,  porta il figlio ad opporsi apertamente al padre.

Guai, dice Freud, se non ci fossero tali contrasti. Il bambino, prima, e l'adolescente, poi, crescerebbero psicologicamente male: più sottomessi, senza forza di reazione, impossibilitati a farsi valere, poco autonomi e, quindi, ancora nella indifferenziazione. Il contrasto tra il padre e il figlio adolescente, anche se il divorzio sempre più frequente tra i genitori l'ha molto ridotto, esiste ancora. Ma si può parlare tuttora di Complesso di Edipo quando, come oggi, sempre più spesso, accade che il padre diventa "mammo": cambia il pannolino al bambino, gli fa il bagnetto, gli prepara la bottiglina, lo tiene in braccio dandogli da mangiare, lo culla, gli canta la ninna nanna per farlo addormentare...? La collaborazione tra marito e moglie è una delle tante componenti fondamentali del vivere insieme.

E' vero che all'interno della famiglia attuale non ci sono più ruoli precisi, ma quello del padre e della madre non vanno per niente confusi. Altrimenti si rischia grosso per la crescita mentale del figlio. Il padre deve essere "dolce" ma forte, aiutare la moglie quando è necessario, essere un preciso punto di riferimento per il figlio, che deve essere preparato gradualmente a superare le frustrazioni che la vita immancabilmente gli presenterà.

Con i cambiamenti socio - economico - culturali, anche la famiglia continuerà a trasformarsi, ma non bisogna mai dimenticare che occorre evitare l'indifferenziazione. La differenza, come discriminazione, non va accettata, ma in psicologia essa è altamente positiva. E' la base, tra l'altro, della crescita mentale e della formazione dell'identità. La vita è relazione e questa richiede la differenza, la quale non si conquista una volta per sempre perché, in particolare, riguarda il modo di essere di una persona.
 

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