Albino Pierro venti anni dopo

Franco Trifuoggi

Lunedì 23 marzo p.v., nella Cattedrale di Tursi (MT), sarà ricordato il grande poeta lucano Albino Pierro, nel ventennale della scomparsa.
Tra i numerosi ricordi, che affollano la mia mente, dell’amicizia con lui, amato da me “com’ ‘a nu frète”, mi giova richiamare quelli che ne lumeggiano la nobiltà d’animo: primo fra tutti, quello dell’amabilità e affabilità con cui egli, candidato al Nobel e tradotto nelle più disparate lingue straniere, schivo e avvezzo a un costume di vita appartato, accolse nella sua casa romana me, sconosciuto autore di un articolo sulla sua ispirazione religiosa. Allora don Albino mi apparve veramente – come lo definisce Emerico Giachery – “uomo all’antica, schietto e incapace di malizia, assetato di bene” nonostante le incomprensioni e i torti patiti. E poi il dono, che mi fece, di alcune sue raccolte poetiche, introvabili, in una con l’incoraggiamento e il consenso di cui gratificò i miei studi sulla sua opera; e ancora il proposito, da lui dichiarato, di destinare alla beneficenza quasi l’intero importo del Premio eventualmente conseguito. Né posso dimenticare il rammarico per la sua imprevista scomparsa e la tristezza di quel pomeriggio trascorso accanto alla sua spoglia mortale.

Da quel lontano 1995, ad onta della “congiura del silenzio” di cui egli fu vittima, la fama della sua grandezza di poeta si è notevolmente accresciuta, in virtù della fioritura di saggi di studiosi, degli articoli ospitati da periodici e quotidiani e del proliferare di Convegni in varie città d’Italia, da Tursi a Potenza a Napoli a Salerno a Roma a Foggia a Perugia a Catania; e della pubblicazione di tutte le sue poesie in edizione critica curata con amore da Pasquale Stoppelli, come della recente ripubblicazione delle raccolte in lingua, a coronamento dell’impegno sapiente e instancabile del Centro Studi Albino Pierro guidato da Franco Ottomano. Questa molteplice rivisitazione ha potuto far conoscere a un più vasto pubblico il fascino prodigioso della sua lirica inimitabile, la ricchezza di temi, di toni e di pregi di quello che Mario Marti definisce “complesso mondo” di Albino Pierro: a partire dalla “virginea” autenticità del dialetto tursitano da lui elevato a dignità letteraria (la “parlèta frisca di paìse”), insostituibile nell’espressione del vagheggiamento, corposo e sognante insieme, delle memorie incantate della fanciullezza e dell’adolescenza come del mondo arcaico e mitico della Lucania; e poi il tormento della solitudine; gli slanci teneri ed estasiati dell’amore, irradianti bagliori stilnovistici; l’immersione nell’universo onirico; i potenti approdi drammatici dell’osmosi tra mondo dei vivi e regno ctonio; ma anche (motivo su cui ho ripetutamente posto l’accento) l’indomito amore della vita, il canto della speranza, le visioni di cielo e di mare con la smagliante solarità, l’inno gaudioso all’amore “duce e anniputente”, le icone di grazia sorridente; e ancora il vigore straordinario delle metafore, l’anarchismo inventivo che fa pensare alla straripante immaginazione di Gaudì; la virtù singolare di diffondere un alone di fiaba anche su vicende banali o prosastiche; il finissimo gusto musicale.

Spiriti e forme, questi, in virtù dei quali la sua opera conserva intatta la sua fragranza e si illumina di messaggi e spunti di attualità: la pena esistenziale; la francescana partecipazione al dolore degli umili, degli emarginati e delle bestie, delle quali sente il palpito umano; una fede religiosa non immune da inquietudine ma vissuta senza bigottismo e senza santimonia, le cui pagine più commosse sono dedicate alla Vergine (su cui riverbera l’affetto e la nostalgia per la madre terrena), a Gesù, a S.Lucia, spesso destinatari di un discorso confidenziale, che ha il sapore genuino degli slanci nativi della devozione popolare; il ripudio di una società corrotta, ipocrita ed alienante; l’amarezza per la riconosciuta impossibilità di giovare alla sua gente; il sogno di una fraternità universale: “Sonne di i’ esse nu frète / di tutte quante i cristiène”.

Motivi che attestano la miracolosa concordanza tra l’uomo e il poeta e ce lo fanno apparire ancora oggi fraternamente vicino, nella sua scrittura di accattivante naturalezza colloquiale e purezza lirica, così come appare a me, che ringrazio il Cielo di avermi consentito di incontrare un uomo e un poeta come lui, e sono altresì grato al Comune di Tursi che ha voluto concedermi l’onore e l’orgoglio di potermi dire concittadino di Albino Pierro.
 

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