Appuntamento con Mario Visone

Rosanna Sanseverino

Nella Terra dei fuochi, c'è ancora chi vuole risvegliare le masse, ma non con sogni utopistici, con la cultura.

 Nella cosiddetta “Terra dei Fuochi”, Casalnuovo, non c’è solo tiossina, spazzatura, ecomafie, appalti corrotti, no c’è anche chi fa cultura. C’è chi attraverso frammenti, poesie e romanzi cerca di creare un’anima collettiva che per qualche motivo ha deciso di recludersi in un mondo fatto di sogni spezzati. Oggi, intervisterò per la rubrica Il Mappalibro della redazione Marigliano.net, l’autore di “Dalla parte delle viole”- Mario Visone.

 Sei conosciuto coma autore di saggi e come studioso di dottrine politiche. Come mai sei passato alla forma romanzo?

Parto dalla constatazione che oramai esprimere e pubblicare idee risulta sempre più difficile. Soprattutto in Italia, dove vige una censura dal volto buono che ti tortura, una autocensura in molto casi, sia in campo accademico che editoriale. Per questo il romanzo: nell'universo della narrativa si è tutti un po’ meno responsabili. Si lasciano  parlare i personaggi, come si faceva secoli fa nel teatro greco. Per me è un modo più semplice per veicolare gli stessi messaggi.

Quali messaggi intendi comunicare?

Io cerco di trattare argomenti che possano contribuire, attraverso la memoria, a ricostruire un’anima popolare attiva, a sostituire la amorfa massa contemporanea che ha deciso - non so quanto inconsapevolmente - di stare reclusa in un'apparente democrazia passiva. Una massa al singolare che è folla amorale e consumistica. Un insieme di corpi e carne dove ogni cosa si regolamenta e la letteratura si adatta, si assoggetta al pop della post-modernità smettendo di cercare.  

Cosa intendi per “cercare”?

Intendo dire che la letteratura, non riuscendo più a pensarsi come attività di derogazione e palesamento, come divergenza, si annienta.

Come la letteratura dovrebbe svelarsi come divario?

La letteratura è opera di storicizzazione umana ed in quanto tale deve tendere alla verità. La divergenza di cui parlo è conflitto. Non può esserci disvelamento della verità senza conflitto. Solo la divergenza, l’opposizione, il conflitto può  consentire il disvelamento delle apparenze e l’emergere di nuovo appigli per il pensiero. Se non c’è divergenza, non c’è pensiero nuovo; e se non c’è pensiero nuovo non c’è reale rappresentazione del mondo. Rimane in vita l’apparenza che tutto vada bene.

Come si va oltre l’apparenza?

Ridando la parola ai perdenti e ai vinti. La letteratura contemporanea, escluse rarissime eccezioni, tende a cancellare i vissuti reali facendo sfoggio di una pavida intellettualità di rango e di una pigrizia oltraggiosa. Stanca invece di lottare. Eppure basterebbe ricordare Le lezioni americane di Calvino. Il personaggio del mio libro è napoletano non a caso o perché io sono napoletano. Per me Napoli è ancora il luogo delle speranze e della rinascita. E’ il luogo dove i perdenti ed i vinti non lo sono mai definitivamente.

Ami la tua città?

Calvino diceva che prima di cominciare a scrivere abbiamo davanti tutto il mondo delle storie possibili, tutto il mondo in generale. Per me questo mondo possibile è Napoli. Sopravvive a tutto. Ha una sua imperscrutabile grammatica della resistenza al male di vivere.

E’ difficile scrivere quando si ha qualcosa da esprimere?

Solo se gli scrittori si proporranno di raccontare verità che nessun altro osa immaginare la letteratura continuerà ad avere una funzione.

 

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