"PANE NERO" A MARIGLIANO

Carlo Borriello

Il secondo conflitto mondiale prostrò Napoli e le città della Campania. Marigliano mangiò "pane nero"; pianse i suoi morti; attese invano il ritorno dei figli dispersi; implorò S.Sebastiano nei ricoveri di fortuna; fu ferita nel corpo e mortificata. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 la ferocia nazista imperversava dovunque.

A Nola si ebbe forse il "più organico tentativo resistenziale della Campania". La rappresaglia tedesca non si fece attendere: molti cittadini furono passati per le armi. I mariglianesi, tranne pochi fanatici (la maggioranza dei fascisti andava mimetizzandosi) che si illudevano di salvare il regime in agonia, non collaborarono con i tedeschi. Gli uomini validi si nascondevano nelle campagne per sfuggire i rastrellamenti.

Le stalle, i pagliai protetti dal granoturco maturo e rischiarati dalla prima luna autunnale, erano i luoghi di raduno nelle veglie di attesa e di paura, durante i quali si parlava pure di riscatto e di ricostruzione. Le donne attendevano, tra l'altro, alla sicurezza dei loro uomini: provvedevano al rifornimento delle provviste; li aggiornavano sui movimenti del nemico nel centro della città. Furono tre popolane a recuperare il corpo del dician- novenne Giuseppe Matrisciano di S.Nicola, ammazzato con lucida follia da due tedeschi.

Giuseppe Matrisciano -ha raccontato Adolfo Stellato nelle pagine de "L'impegno democratico"- era un giovane handicappato, figlio di contadini che non capiva il mondo dei grandi e per questo amava la compagnia dei più giovani con i quali poteva intendersi. Col sorriso sulle labbra l'inerme giovane fu falciato dal mitra nazista: ritornava dai campi. Fu abbandonato sul ciglio del viottolo amico col fascio d'erba che aveva fatto per gli animali.

Nel registro dei morti del Comune Giuseppe Matrisciano risulta deceduto per cause naturali. Neppure la morte gli rese giustizia come a milioni di innocenti sacrificati per una causa assurda. La mano complice dell'impiegato addetto allo Stato Civile registrò il falso per compiacere gli amici nazisti, privando così i concittadini del ricordo del sacrificio di Giuseppe Matrisciano, vittima civile.

Il 17 settembre, una ventina di soldati sbandati del 48° artiglieria, di stanza a Nola, entrarono nella nostra città. All'altezza dell'edificio scolastico di Piazza Roma, dov'era acquartierato un contingente tedesco, furono fatti bersaglio dei loro mitra. Uno dei militari italiani fu ucciso. I compagni fecero coraggio e costrinsero alla resa i tedeschi. La situazione fu ristabilita con l'arrivo dei rinforzi. La salma del militare fu esposta nella Collegiata. I cittadini gli diedero l'estremo saluto.

Alla fine di settembre -ricordano gli anziani che vissero quei terribili giorni- i tedeschi, dopo aver fatto saltare il ponte sul lagno (oggi coperto), nelle vicinanze di Villa Attena, terrorizzarono il centro cittadino. Snidarono gli uomini dai nascondigli e con la complicità (imposta?) del podestà D'Alessandro e del Primicerio Autiello li costrinsero a concentrarsi in Piazza Municipio. "Qui -ha scritto Don Rocco Napolitano- fummo caricati sui camion per essere trasferiti al campo di concentramento di Caivano". A nulla erano valse le accorate implorazioni delle donne accorse scarmigliate per ottenere il rilascio dei familiari. Furono disperse col calcio dei mitra. Lungo il tragitto morì Adolfo Monda. Molti non fecero ritorno. Esplose allora la rabbia popolare. Un gruppo di animosi uscirono allo scoperto, incuranti del pericolo e della rappresaglia. Saccheggiarono e diedero alle fiamme la casa del podestà: era stipata di ogni ben di Dio. La popolazione doveva fare la fila davanti alle botteghe per ritirare con la tessera la razione di viveri di prima necessità.

Si trattò di un episodio spontaneo e non di fatto politico vero e proprio, in quanto da noi mancò l'organizzazione resistenziale. I "partigiani" improvvisati dell'ultima ora non fanno storia. I tedeschi che avevano l'ordine di ridurre le nostre contrade "cenere e fango" consumarono l'ultimo crimine prima della ritirata: l'incendio di alcuni edifici di Corso Umberto e di Corso Vittorio Emanuele. "Fu uno spettacolo terribile", ricordano molti concittadini che vi assistettero di nascosto. Il bagliore accecante delle fiamme che squarciava le fosche tenebre della notte; il fumo acre e soffocante; lo schioppettio dei medicinali della farmacia Trifuoggi; le laceranti grida di terrore e di morte eccitavano i Tedeschi che, ubriachi e come invasati, placavano il furore di vendetta.

L'indomani la città era sgombera. La gente ancora in preda al panico s'aggirava tra le macerie fumanti, adoperandosi per spegnere i focolai più ostinati. Da Miuli, provenienti da Pompei, dopo un inispiegabile ritardo, i "liberatori" entrarono in città. Gli Inglesi furono accolti dalla popolazione festante che si era riversata nelle strade e dava un sospiro di sollievo. I Mariglianesi ricambiarono con vino e rosolio "verdolino" la distribuzione di pane bianco, scatolette, chewing-gum, chesterfield... Se l'incubo della guerra era finito la "nottata" continuava.

La popolazione infatti doveva continuare a lottare con i pidocchi, la scabbia e la fame. I più fortunati sopperivano ai fabbisogni col ricorso alla borsa nera, ma la maggioranza delle famiglie doveva arrangiarsi, pure con mezzi illeciti, per sopravvivere. Anche da noi le "signorine" dovettero barattare il loro corpo per salvare la "pelle". "Miseria e vergogna - ha scritto Antonio Ghirelli - non nascono da una vocazione patologica della gente, ma semplicemente dallo sfacelo in cui l'avventura fascista ha gettato l'Italia". (1).

Al Referendum istituzionale del 2 giugno 1946, Marigliano si confermò uno dei Comuni più monarchici della provincia di Napoli. I successivi voti per l'Assemblea Costituente e per le elezioni del 1948 confermavano il conservatorismo della nostra popolazione. Il blocco monarchico-fascista e la Democrazia Cristiana amministrarono il Comune fino agli anni Cinquanta. Furono Sindaci di questo periodo: Nocerino, Tufano, Pesce, Basile.

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