LA STORIA: LA RIVOLTA DELLE PATATE

Carlo Borriello

MARIGLIANO - La fine degli anni Cinquanta fu segnata dalla "rivolta delle patate" che portò Marigliano alla ribalta nazionale. Lunedì 8 giugno 1959, dalle prime ore del mattino, Piazza Municipio e Piazza Roma erano occupate dalle baracche e dai "puosti" del mercato, che allora non aveva una propria sede. Capannelli di persone discutevano animatamente della crisi agricola che aveva colpito la nostra economia.

La situazione era giunta a un limite esplosivo per la mancata collocazione delle patate novelle sui mercati interni e quelli esteri, col rischio per i produttori di rimetterci soldi e fatica. Per questo i contadini avevano chiesto: il rinnovo delle cambiali agricole, la sospensione delle imposte e l'intervento del governo al prezzo di lire quindici al chilo, inteso quale loro limite di salvezza.

L'Amministrazione di centro destra, presieduta dal democristiano Basile, perdeva tempo. Il governo e la Coldiretti trattavano ma le cose andavano per le lunghe. La situazione diventava sempre più insostenibile. A nulla erano approdate le assemblee e le istanze delle organizzazioni di categoria.

L'onorevole Colasanto della Coldiretti aveva sollecitato invano l'intervento del Ministro dell'Agricoltura Ferrari Aggradi. La situazione, insomma, era diventata insostenibile. Per queste ragioni la mattina dell'8 giugno si erano concentrati in Piazza Municipio circa duemila contadini provenienti anche da Acerra e da Brusciano, per fare una manifestazione di protesta. La situazione precipitò da un momento all'altro per il nervosismo di un sottufficiale dei carabinieri che aveva caricato un anziano contadino. Nascevano così le prime contestazioni e i primi tafferugli, accompagnati da lancio di ortaggi, attrezzi agricoli e "varre".

Il tumulto si trasformò poi in un vero e proprio assalto agli uffici del Comune, delle poste, del dazio, delle imposte. Gli sciacalli arraffavano, intanto, stoffe, scarpe, salumi, provoloni, "spaselle" di alici e sardelle e tutto ciò che capitava sottomano. La rivolta infuriava allorchè intervenne da Napoli un contingente di "celerini" e di carabinieri in assetto di guerra. Lo scontro fu violento. Si contarono decine di feriti e di contusi tra le forze dell'ordine e i dimostranti. I danni risultarono ingenti. Andarono distrutti gli incartamenti dei vari uffici.

La città venne presidiata. Cominciò la caccia ai "facinorosi". Furono fermati circa cento malcapitati e trasferiti direttamente al carcere di Poggioreale per essere interrogati. Vi rimasero per mesi in attesa di giudizio, studenti, operai, contadini, molti dei quali solo perchè erano simpatizzanti comunisti. Seguirono il processo e le condanne.

Ritorniamo ai fatti. La situazione dopo gli incidenti tornò apparentemente calma, perchè nella città c'era quello stato di tensione e di attesa che succede alle agitazioni violente. Il giorno successivo il Consiglio provinciale di Napoli faceva un voto unanime al ministro dell'agricoltura perchè intervenisse sollecitamente. Ferrari Aggradi, solo allora, si decise di stanziare cento milioni per l'immediato acquisto di un quantitativo di patate da destinare alle comunità religiose. Si trattò -a nostro avviso- di un modestissimo intervento assistenziale, di un "pannicello" politico che non risolveva la crisi che attanagliava le nostre popolazioni che in quegli anni vivevano di sola agricoltura.

Il 22 giugno al convegno provinciale della Coldiretti il Presidente Bonomi liquidava così i fatti di Marigliano: "Quanto è avvenuto a Marigliano deve aprire gli occhi a coloro che, se pure in buona fede, hanno pensato e pensano ancora che il pericolo comunista in Italia sia di molto ridotto rispetto ad alcuni anni fa" (da Il Mattino, 23 giugno 1959). Le rivendicazionidei contadini furono allora mistificate dal blocco moderato-conservatore e dalla stampa filogovernativa col pericolo comunista.

"La rivolta delle patate" fu, infatti, commentata come una manovra dei socialcomunisti, che avevano aizzato i contadini in buona fede alla ribellione, seguendo una strategia preparata accuratamente nei giorni precedenti. Una versione dei fatti che non assolveva certamente i ritardi e le responsabilità del Governo centrale nè di quello locale che avevano sottovalutato la portata e le conseguenze del malessere dei contadini. Le autorità locali sapevano del fermento in atto: erano a conoscenza dell'agitazione in corso: sarebbe bastata una scintilla per accendere il fuoco. Ebbene, invece di cercare preventivamente col Prefetto una soluzione che scongiurasse il peggio, esse permisero il regolare svolgimento del mercato. I contadini, abbandonati a se stessi, non si rassegnarono ma, provocati, agirono per ottenere il riconoscimento delle loro rivendicazioni.

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