Rapporto Amnesty International sull’utilizzo del cobalto

Rossella Sgambati

Il cobalto, elemento importante per la produzione di materiale hi-tech, viene spesso ottenuto attraverso il lavoro disumano di adulti e bambini nella miniera della Repubblica democratica Congolese.

Adulti e bambini devono scavare con le mani o con l’aiuto di scalpelli e raccoglie i materiali di scarto nelle suddette miniere mettendo a rischio la propria salute. Infatti, il cobalto può causare asma o malattie polmonari non indifferenti.

Da ciò si rileva il rapporto “Time to recharge” di Amnesty International, che ha interrogato i colossi hi-tech responsabili perché intrattengono relazioni commerciali con la società cinese Zhejiang Huayou Cobalt Ltd, attraverso cui si sviluppano anche accordi con la Corea del Sud.  

Amnesty International ha sottoposto a un questionario composto da cinque domande le aziende coinvolte. In primis, si chiede quali sia la natura dei rapporti che le aziende hanno con il Congo e la Huayou; se le aziende abbiano contrastato la fornitura di cobalto ottenuta con lo sfruttamento di persone nelle miniere e se siano stati fatti passi concreti per limitare gli effetti o rimediare ai danni prodotti dal cobalto.

Ne è risultato che sono stati fatti dei piccoli passi in avanti per alcune società come la Apple e Samsung Sd, Tesla e Bmw e LG Chem, mentre altre come Huawei, Microsoft, Lenovo, Zte, Vodafone e Renault sono ad un livello basso.

Dal rapporto si evince che bisogna lavorare duramente per la conquista dei diritti umani, coinvolgendo in particolare quattro Paesi: la Repubblica del Congo, la Cina, la Corea e la Gran Bretagna, che devono decisamente puntare sul rispetto della legalità nel rilevamento del cobalto.

 

 

 

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